Secondo Irving Picard, l’avvocato americano che ha l’ingrato (ma ben pagato) compito di recuperare il più possibile dal gigantesco crac di Bernard Madoff, la signora Sonja Kohn sarebbe nientemeno che l’anima gemella criminale del più grande bancarottiere della storia della finanza mondiale. Picard ha il dovere di fare la voce grossa, e magari di esagerare, per fare impressione sul tribunale fallimentare di New York dove tre giorni fa ha depositato un’istanza di risarcimento per 19,6 miliardi di dollari, quasi 15 miliardi di euro, contro l’ex banchiera austriaca e una lunga serie di presunti complici. Una storia americana? Mica tanto. 

Innanzitutto perché nella lista in questione troviamo diversi nomi italiani a cominciare da Unicredit con l’ex amministratore delegato Alessandro Profumo. Il colosso bancario, dice Picard, a partire dal 2000 ha pompato centinaia di milioni dei propri clienti nelle gestioni di Madoff ricavandone ricche commissioni. Tutto questo grazie agli stretti rapporti con la Kohn. Unicredit smentisce, annuncia che si difenderà in tribunale e fin qui non ha accantonato a bilancio neppure un euro per far fronte a eventuali risarcimenti.

In realtà per almeno trent’anni l’ “anima gemella” di Madoff ha fatto affari nella Penisola e una parte cospicua dei capitali inghiottiti dal crac sono stati raccolti in Italia da strutture riconducibili alla Kohn. Non per niente negli ambienti finanziari da qualche settimana gira la voce che la fondatrice della Bank Medici di Vienna (ora liquidata ma fino al 2009 partecipata al 25 per cento dalla Bank Austria di Unicredit) di recente sarebbe transitata più volte da Milano per curare i suoi ricchi interessi immobiliari. Difficile ottenere conferme dalla diretta interessata, che da qualche tempo evita accuratamente i giornali. Di certo l’austriaca Sonja Kohn a metà degli anni Settanta visse nel capoluogo lombardo prima di trasferirsi a New York dove conobbe Madoff. In Italia però la zarina, come è stata soprannominata senza grande fantasia, ha conservato un patrimonio di relazioni. Suo marito Erwin, classe 1941, tra il 2006 e il dicembre 2007, cioè un anno prima del crac, compariva tra gli amministratori della Unione property, una società di gestione immobiliare partecipata, insieme alla famiglia Radice Fossati, da un gruppo di banche importanti: Popolare Emilia Romagna, Ubi banca, Popolare Sondrio, Popolare Etruria e Lazio, Banca di Piacenza. E una quota dell’8,75 per cento ancora adesso risulta intestata alla Medici Realty di Gibilterra, una delle società schermo della galassia Kohn.

Netty Blau, la madre ora novantenne della banchiera sotto accusa, ha invece gestito per anni la Tecno development srl di Milano che secondo Picard avrebbe avuto un ruolo nella truffa di Madoff. La filiale italiana della Bank Medici si chiamava invece Medici srl ed era gestita a Milano da Paul de Sury, un professore di economia già docente all’università Bocconi con ambizioni letterarie (ha scritto un giallo). Anche De Sury, che ora insegna all’università di Torino, è citato nella denuncia di Picard come uno dei presunti complici della Kohn. Anzi, secondo l’avvocato di New York, subito dopo il crac il finanziere italiano avrebbe ancora ricevuto denaro dalla banchiera. De Sury avrebbe partecipato alla gestione di alcune strutture off shore basate in paradisi fiscali, come l’Herald asset management delle isole Cayman, utilizzate per convogliare denaro verso le gestioni patrimoniali targate Madoff.

In queste stesse strutture sarebbe stato coinvolto anche Franco Mugnai, un altro finanziere italiano ben conosciuto negli ambienti della Borsa. Mugnai ha militato a lungo nel Banco Ambroveneto, poi diventato Intesa, dove si è occupato di fondi e gestioni. Lasciati gli incarichi di vertice in banca, Mugnai è approdato nel consiglio di amministrazione del fondo lussemburghese Herald controllato dalla Bank Medici della Kohn. Contemporaneamente, e fino al 2009, Mugnai compariva anche tra gli amministratori della lussemburghese Intesa Euroglobal, fusa un anno fa con Eurizon Capital, che fa capo al gruppo bancario milanese. Un grafico allegato alla denuncia presentata in tribunale a New York segnala che De Sury e Mugnai in quanto amministratori delle strutture off shore avrebbe ricevuto oltre 500 mila dollari tra il 2006 e il 2008. Questo almeno è quanto sostiene Picard. Resta da vedere se troverà un giudice che gli darà ragione.

Da Il Fatto Quotidiano del 14 dicembre 2010