“Bossi non mi ha mai deluso quanto a capacità di trovare accordi”. Lo ammette Silvio Berlusconi, durante la presentazione del nuovo libro di Bruno Vespa. Di fatto, il cronoprogramma stabilito insieme al leader del Carroccio durante il vertice del 29 luglio al Lago Maggiore, procede senza intoppi. Incassata la fiducia, che equivale alla vittoria contro Gianfranco Fini nella guerra personale innescata dal premier, ora il governo navigherà fino alla tappa cara a Umberto Bossi: la scadenza della presentazione dei pareri alla legge sul federalismo fiscale, fissata a fine gennaio. A quel punto Berlusconi, secondo accordo leghista, salirà al Colle lamentando l’impossibilità di governare con una maggioranza risicata e un’opposizione ostruzionista, chiedendo le elezioni anticipate. Giorgio Napolitano, dopo aver sentito il parere dei presidenti delle Camere, esaudirà i desiderata e accorperà le politiche alle amministrative. A marzo si tornerà alle urne.

Questo l’accordo tra gli alleati di ferro Berlusconi e Bossi, che si presenteranno nuovamente insieme alle elezioni, certi di vincere. La Lega, spiega uno dei dirigenti del Carroccio, “sa che può ancora registrare un balzo in avanti ma i deputati devono riuscire a rimanere fuori dalle polemiche politiche”. L’ordine da via Bellerio è parlare solo di federalismo e voto anticipato. E i leghisti eseguono fedelmente. Il giorno prima della fiducia, Roberto Maroni e Bossi avevano detto: “Se passa per un voto andiamo a elezioni”. Incassata la fiducia con uno scarto di appena tre preferenze, Roberto Calderoli ha ricordato: “Oggi è andata bene, il governo mangia il panettone. Ma non credo che si possa mangiare anche la colomba se restiamo con tre voti di margine”.

Il ministro per la semplificazione si è detto scettico sulla possibilità per l’esecutivo di andare avanti senza un allargamento della maggioranza, convinto del fatto che Pier Ferdinando Casini non accetterà di entrare nell’attuale maggioranza, come Berlusconi dice. Per la Lega il diniego dell’Udc è una certezza assoluta. Per questo Bossi può mostrare un sostegno di facciata alla volontà del premier, assecondandone l’apparente disponibilità nei confronti del leader centrista: “Da parte nostra non c’è alcun veto all’Udc”, ha detto. Sa che Berlusconi, dopo aver arginato politicamente Fini, adesso mira a mettere all’angolo Casini. Il premier, dialogando con Vespa, è stato chiaro: “A luglio avevo proposto all’Udc di entrare nella maggioranza, Casini non ha voluto perché chiedeva che ammettessi il fallimento del mio esecutivo. Siamo rimasti lì, Casini voleva e ancora vuole che ci sia una crisi di governo”. Quindi Bossi può tranquillamente dirsi disponibile a un ingresso nella maggioranza dei deputati dell’Udc, è il premier a non volerlo. I due alleati tenteranno di far ricadere la responsabilità della futura crisi proprio su Casini. Il leader leghista è sereno, “Berlusconi ha sempre rispettato i patti”, ripete. E si lascia sfuggire una battuta sulla fiducia incassata dal premier: “E’ andato al Quirinale? Vorrà godersi almeno per un giorno la vittoria”.

La quiete durerà poco. Le prime avvisaglie si sono già viste con il probabile rinvio dall’Aula di Montecitorio del decreto sui rifiuti previsto per domani ma sul quale ci sarebbero divisioni interne alla maggioranza. Dovrebbe invece andare tutto liscio per il ddl Gelmini in calendario al Senato dove la maggioranza è blindata. Il centrodestra sarà comunque chiamato a una serie di prove che andranno dal decreto economico di fine anno alla mozione di sfiducia al ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi per il crollo a Pompei. In corso di esame ci sono, poi, i decreti attuativi del federalismo fiscale riguardanti il fisco di Comuni e Regioni e i costi standard della Sanità, il vero cuore del provvedimento che sono o saranno a breve all’esame della commissione bicamerale per il federalismo fiscale. Ma Berlusconi dovrà cercare il dialogo e il consenso anche e soprattutto se vorrà mettere mano alle grandi riforme già annunciate: da quella del fisco, alla giustizia a quella costituzionale. La Lega rimanderà tutto al nuovo governo, dopo le elezioni di marzo.