Antonio Rezza sul palco

Lei scultrice e regista, lui scrittore e attore, anzi “il più grande performer vivente”, come ama definirsi. Parliamo di Flavia Mastrella e Antonio Rezza, due autori stravaganti e unici nel loro genere, molto apprezzati nel panorama culturale italiano dei teatri off, ma bistrattati e ingiustamente sottovalutati dal piccolo schermo. Un sodalizio, quello tra Mastrella e Rezza che dura da vent’anni, dal 1987, forte e creativo, con alle spalle spettacoli teatrali, cortometraggi, film e programmi televisivi. Il teatro Vascello di Roma dedica al duo un’antologia, porta in scena i loro migliori spettacoli, dal 7 dicembre al 2 gennaio. Una carrellata della loro storia artistica, da “Pitecus” che risale al 1995, passando per “Io”, “Fotofinish” ai più recenti “Bahumut” e “7-14-21-28”.

L’ultimo libro di Rezza, edito da Bompiani nel 2007, è “Credo in un solo oblio”, “un anti-romanzo folle e lirico”, come lo definisce il cantautore Franco Battiato, che rivela molto del carattere dell’autore. Rezza è un animale da palcoscenico, mordace, irriverente, tagliente, toccante. Per parlare di lui bisogna sfoderare una serie di aggettivi, le categorie e le definizioni gli vanno strette. Vederlo sulla scena è un’esperienza. Traspare il suo godimento, il suo amore per il teatro e per il pubblico, con cui gioca e crea uno scambio vivace. Alcune sue battute potrebbero far storcere il naso ai più pii e perbenisti. Alcune scene, potremmo dire usando una battuta dello spettacolo 7-14-21-28, “non strizzano per nulla gli occhi ai sacramenti”.

Il teatro firmato Rezza-Mastrella è difficile da classificare. Lei crea lo spazio, attraverso le sue sculture, lui si cala all’interno, usa gli oggetti a sua disposizione e gioca come se fosse un bambino in un teatro di burattini. Spettacoli creati attraverso stralci di realtà, che mescolano personaggi fiabeschi, caricaturali, grotteschi e raccontano le speranze, le mediocrità, le perversioni e le debolezze degli esseri umani. Genitori e figli, coppie infedeli, preti, suore, bambini, vicini, amici, le sorellastre di cenerentola, vecchi, giovani, operai, nani.

Nel circo creato da Rezza e Mastrella c’è di tutto, mancano gli eroi, e non ci sono divinità o istituzioni a cui aggrapparsi. Al di là dell’assurdo, del paradosso e dell’ironia di cui solo Rezza è capace, grazie alla sua mimica e gestualità caratterizzante, il pubblico percepisce il vero, l’aspetto più disincantato e amaro della vita. Qualcuno ha definito Antonio Rezza un anarchico. I suoi testi in effetti demoliscono tutto, la famiglia, la scuola, la sanità, la chiesa, lo stato, anche quello democratico. I suoi spettacoli guardano nel buco della serratura e mostrano gli aspetti più pruriginosi che solitamente il potere tenta di celare.

Se in passato la loro arte trovava spazio in tv, all’interno di programmi cult come Blob, Fuori Orario, Tunnel e Pippo Chennedy Show, o in format costruiti appositamente per la Rai come ‘Troppolitani’ e ‘Apocalypse show’, adesso la televisione di Stato è diventata più restia ad ospitarli; allergico alla loro presenza, come a quella di Sabrina e Corrado Guzzanti, Daniele Luttazzi, di Vauro che sopravvive sullo schermo grazie all’ostinazione di Santoro, e dei tanti autori, conduttori e dirigenti Rai epurati in questi anni. E Rezza e Mastrella sono costretti a guardare alle piazze straniere, alla Spagna dove il teatro radicale di Rezza ha raccolto applausi e critiche positive a Madrid e a Valencia, e alla Francia, dove sono molto richiesti.

Una fuga di cervelli in piena regola che riduce anche nell’ambito culturale le potenzialità del nostro Paese. Il genio che di solito si distingue per il suo essere cinico, disincantato, mordace e ironico rischia di essere inascoltato, quando come scriveva George Orwell “se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che non vuole sentirsi dire”.

di Irene Buscemi

video di Paolo Dimalio