Tre notizie indicano che il problema del debito pubblico e, soprattutto, della fiducia che i mercati hanno nella capacità degli Stati di ripagarlo, sta per essere affrontato in via definitiva e, forse, traumatica per l’Italia.

Primo: la Banca centrale europea, nel bollettino mensile diffuso ieri, scrive che “sebbene alcuni Paesi registrino andamenti dei conti pubblici più favorevoli di quanto atteso per altri rimane molto viva la preoccupazione circa la sostenibilità delle posizioni di bilancio e la vulnerabilità a reazioni avverse del mercato”. Implicazione politica: l’Unione europea deve risolvere la questione e ci sono solo due modi possibili, o rimborsando il debito (con drastici risanamenti dei conti che frenano la ripresa) o trovando un modo per rendere il debito sostenibile, al riparo dal panico dei mercati.

Seconda notizia: per la prima volta l’ipotesi di una gestione europea del debito pubblico sembra trovare una qualche concretezza. Il ministro Giulio Tremonti e il presidente dell’Eurogruppo (i ministri economici dell’euro) hanno proposto la creazione di una Agenzia del debito che si faccia carico di una quota, fino al 40 per cento, dell’indebitamento nazionale. Funzionerebbe un po’ come i consorzi fidi, che permettono alle piccole imprese di accedere al credito bancario a tassi più bassi grazie a un organismo che si fa garante e ha maggiore affidabilità creditizia. La Germania ha già detto di no, ma il commissario europeo agli Affari economici, Olli Rehn, ha definito ieri l’idea “stuzzicante”. Sarebbe un salto di qualità per l’Unione, perché l’Agenzia implicherebbe un trasferimento di sovranità fiscale a livello comunitario. Oggi sembra fantascienza, ma il meccanismo non sarebbe poi troppo diverso da quello dell’Esfs, il fondo salva-Stati creato in primavera per evitare il crac della Grecia prima e dell’Irlanda poi.

Terza notizia: oggi Rehn sarà a Roma per esaminare, in audizione con le commissioni parlamentari competenti, la manovra finanziaria del governo italiano. Il commissario si farà un’idea più precisa dell’entità del miglioramento nei conti e se a gennaio ci sarà bisogno di un altro intervento, come le revisioni al rialzo delle stime della Commissione sul deficit lasciano pensare. Per ora l’Italia, secondo la Bce, non è nella lista nera dei Paesi bolliti. Ma il momento in cui si dovrà decidere, con le inevitabili conseguenze, se vogliamo provare a essere come la Germania o come il Portogallo sembra sempre più vicino. Crisi di governo permettendo.

Il Fatto Quotidiano, 10 dicembre 2010