Cari naviganti di questo blog, immagino che molti di voi avranno letto l’inchiesta di ieri del mio amico Ferruccio Sansa sulla legge cementificatrice all’ennesima potenza varata dalla Regione Liguria presieduta da Claudio Burlando; spero che qualcuno ancora ricordi – nonostante sia trascorso un mesetto (secoli, per i mass-media) – lo scandalo dell’Asl genovese che nell’ultima campagna regionale avrebbe speso circa 700mila euro a sostegno della riconferma del solito Burlando. Il quale, dalle ricorrenti frequentazioni con il ministro Scajola, aveva tratto la strategia argomentativa per rispondere alle critiche: tutto a mia insaputa! Compresi muri e mezzi pubblici tappezzati di slogan elettoralistici a suo vantaggio.

Sono certo che nessuno ormai ricorda che nel febbraio scorso avevo pubblicato su Il Fatto Quotidiano cartaceo “Nove domande a Burlando”, la cui prima riguardava la praticaccia non proprio encomiabile di farsi pagare la campagna elettorale dai propri enti (perché – sia chiaro – lo scandalo Asl è solo la punta dell’iceberg).

Perché dico questo? Lo faccio per venire al punto su una questione che mi pongono molti dei cortesi interlocutori (lo so, alcuni non lo sono, ma per principio non rispondo agli insulti gratuiti perché aborro l’effetto “rissa tra pescivendole” e non intendo giustificarmi se accusato di colpe deliranti. Per inciso, nessuno ancora si è premurato di affibbiarmi, senza la benché minima incertezza, l’etichetta di massone o narcotrafficante): le mie analisi sul panorama politico e relativa fauna sono distruttive e non indico mai soluzioni alternative.

Potrei rispondere, parafrasando Max Weber, che “se volete il lieto fine andatevene al cinema” (a gustarvi una pellicola western anni ’50). Preferisco osservare che un cultore del pensiero critico, uno che per principio “non se la beve”, lascia ad altri le ricette abrakadabra. Quelle prodotte dal tocco di bacchetta magica.

La mia personale convinzione è che il tasso di inquinamento raggiunto dal sistema politico nazionale (ma piazziamoci dentro anche la fantomatica “società civile”, che non è un corpo separato) rende irrealistico attendersi la salvezza dall’uomo del destino. Anche se so bene che per molti, in speranzosa attesa, il bisogno di credere nella manna dal cielo diventa un’esigenza quasi vitale.

Comprendo e non giudico. Dico solo che dal mio angolo visuale, sulla base di quanto so per certo, è impossibile riprodurre meccanicamente lo schema “buoni contro cattivi”. Come ci insegna l’ineffabile lezione di Claudio Burlando, uomo di sinistra che fa tranquillamente una politica che neppure si può definire di destra, semmai all’insegna del più smaccato affarismo. E con la tranquilla quanto fattiva collaborazione dei dipietristi suoi alleati. Gente che si sveglia e proclama valori mobilitanti tre mesi prima delle elezioni e poi se ne ritorna in sonno. O meglio, in sonno politico; eppure sveglissimi in tutt’altre faccende.

E allora? Allora il messaggio è questo: non aspettatevi la palingenesi da magistrati, comici o giornalisti, che fanno brillantemente il loro mestiere. Che è un’altra cosa dal compito/missione di salvare la politica. La politica, di cui si è ormai persa traccia nel carrierismo opportunistico dei professionals ad essa dedicati e nella tracotanza di una plutocrazia dalla dubbia origine, non più tenuta a bada dall’interesse generale, la politica si salva ritornando a farla in maniera seria. Un lavoro difficile e lunghissimo che non prevede né consente scorciatoie. In cui le scorciatoie sono delle deviazioni a “u” che ci riportano al punto di partenza.

La politica si salva innanzi tutto riprendendo a ragionare criticamente su di essa e non bevendosi le rappresentazioni ingannevoli che ci proprina il set da star-system in cui è stato taroccato il discorso pubblico. Tornando a produrre movimenti sociali che facciano le doverose pressioni su istituzioni chiuse in se stesse, mettendo sotto minaccia corporazioni autoreferenziali del potere, suscitando una bufera che spalanchi finestre sbarrate. Magari non lasciando soli ragazzi e ragazze che stanno riscoprendo la protesta ma rischiano di fare la brutta fine delle generazioni che li hanno preceduti: la dissipazione di un capitale generazionale.

Se non ci sarà una rivoluzione civile, culturale, le ciconvoluzioni e i riposizionamenti nelle stanze del Potere non produrranno altro che riciclaggi. I Burlando come i Casini, i Fini come i Bersani (che a Vieni via con me potevano scambiarsi tranquillamente i testi che illustravano i rispettivi valori contrapposti) continueranno nell’eterno minuetto.

Oggi io temo profondamente la berlusconizzazione del dopo Berlusconi. Questo per dire che la risposta alla politica malata è la ripresa dell’impegno politico sano. Ognuno ritornando a partecipare, non a fare il tifo per la propria star da figurine Panini. Ossia la riscoperta della saggia sentenza da tradursi in comportamenti che “la politica è un lento trapanare tavole dure”.