Niente legge seria sul conflitto di interessi, niente riforma della Gasparri, niente riforma dei contributi pubblici all’editoria, niente riforma dell’Ordine dei Giornalisti, niente Stati generali dell’Informazione… E adesso anche la scadenza, il 31 dicembre, del divieto per chi ha più di una televisione analogica nazionale (Mediaset e Telecom) di acquisire la proprietà di un quotidiano. Il divieto i berluscones se lo erano messo da soli, varando nel 2004 la legge Gasparri. Allora si trattava di radicare già il dominio assoluto del Cavaliere su almeno la metà dell’emittenza televisiva (l’altra metà, sostanzialmente, l’avrebbe controllata attraverso i soldati del partito-azienda piazzati nei posti-chiave di viale Mazzini) e su tre quarti del colossale mercato pubblicitario televisivo. E poi, bastava passare la proprietà formale del Giornale al fratello Paolo, per avere anche un quotidiano di battaglia a disposizione. Ma dal primo gennaio, se non si correrà ai ripari, magari nel decreto “milleproroghe”, anche ufficialmente Mediaset potrebbe comprarsi persino il Corriere della Sera.

Così recita il Testo Unico della Televisione, varato con decreto legislativo nel 2005: ”I soggetti che esercitano l’attività televisiva in ambito nazionale attraverso più di una rete non possono, prima del 31 dicembre 2010, acquisire partecipazioni in imprese editrici di giornali quotidiani o partecipare alla costituzione di nuove imprese editrici di giornali quotidiani. Il divieto si applica anche alle imprese controllate, controllanti o collegate ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile”.

Ora, non appare una gran bella cosa intelligente teorizzare e praticare, in piena epoca digitale e internettiana, il divieto di incroci all’interno del complesso, unificato e globale mondo informativo. E appare naturale e fors’anche opportuno e utile, se non inevitabile, che ad un unico centro operativo, un’unica società (individuale o collettiva), un unico operatore sia consentito fare, insieme, un giornale, una Tv, un sito e/o una radio… E quasi certamente ci si arriverà, comunque. Del resto, molto più opportune ed efficaci –  per tutelare il pluralismo politico, culturale, sociale, professionale, proprietario ecc. ecc. – appaiono misure anti-trust riferite non al mezzo (e all’incrocio fra mezzi) di trasmissione e diffusione dell’informazione, ma alla quantità percentuale di risorse sul mercato (capacità d’emittenza, pubblicità, abbonamenti, ecc.) da considerarsi come “tetto” di disponibilità per ogni singolo operatore.

Intanto, pur nel caos della fine di questa tormentata annata politica (e, chissà, del governo Berlusconi), chi riuscirà a ricordarsi della scadenza di quel divieto, oltre a Berlusconi e a Gasparri, che presumibilmente faranno finta di non ricordarsene? Certo, è difficile che il Cavaliere o Telecom, il 1° gennaio 2011, riesca a comprare il Corriere della Sera o la Repubblica o Il Messaggero. Ma la conferma di quel divieto, diciamo così, sarebbe una elementare regola igienica dal punto di vista della democrazia.