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Un sorpasso in curva, di quelli che il codice della strada vieta. Un atto scellerato che provoca una strage, che travolge dieci famiglie: sette morti e tre feriti, di cui due gravissimi. La notizia entra in tutte le nostre case e speriamo che almeno questa volta ci resti per più di 48 ore. Speriamo che ci faccia ripensare a quei sorpassi che non avremmo dovuto fare, a quelle precedenze che non abbiamo dato, a quei chilometri orari che non abbiamo rispettato. In città, soprattutto. In quei luoghi che proprio perché così familiari pare ci diano il diritto di servircene come vogliamo, in barba alle regole. La strage di Lamezia Terme ha in sé molti aspetti che oggi (ma chissà se domani) ci scuotono. Una strage che ci fa tornare ai dati, a quelli legati agli “utenti deboli della strada”, pedoni e ciclisti: il 50 per cento degli scontri mortali avviene in città. Il rapporto Aci-Istat 2009 evidenzia tra le vittime 669 pedoni e 295 ciclisti. Gli stessi dati però ci dicono che ogni giorno in Italia a causa di scontri stradali muoiono 12 persone, vale a dire cinque in più rispetto a quelli di cui oggi scriviamo. È un fatto, ignorato nella stragrande maggioranza dei casi perché nessuno si occupa di dare notizia di questi nostri dodici morti al giorno. Non esiste telegiornale, radio o quotidiano che ogni giorno dia conto delle vittime della strada. E invece potrebbe fare la differenza e, se non a farla, certamente sarebbe un contributo non indifferente a quella “cosa” chiamata sensibilizzazione, che, tradotto, significa ricordare a tutti che uno dei principali motivi per cui si muore – il primo (maledizione!) entro i trent’anni – è lo scontro su strada.

La strage di Lamezia Terme ha la potenza di inchiodarci davanti al sistema Italia ricordandoci come vanno le cose in quel Paese che cammina a fianco del nostro ma che pare invisibile, popolato dai familiari delle vittime. Per loro ancora oggi in Italia non esistono centri di assistenza, se esistessero (così come invece nel resto d’Europa) darebbero assistenza legale e psicologica alle vittime tutte. Perché ci sono famiglie che dall’oggi al domani vengono catapultate nelle aule dei tribunali tra udienze rinviate, patteggiamenti e pene sospese, e che chiedono (così come fa da anni l’Associazione italiana familiari e vittime della strada guidata da Giuseppa Cassaniti Mastrojeni) il giusto processo anche per le vittime della strada, vale a dire che l’articolo 111 della Costituzione venga modificato perché anche vittime e familiari possano essere rappresentati nell’ambito del procedimento penale tanto quanto l’imputato. Genitori che incontrano studenti e che raccontano loro che cosa significa sopravvivere al proprio figlio. Proiettano filmati voluti dal governo francese o inglese, ben più incisivi delle pubblicità progresso prodotte dai vari ministeri dei vari governi italiani. Non diteci che va tutto bene, non diteci che bisogna aumentare le pene. Serve aumentare i finanziamenti: l’Italia, non arriva a investire un euro per cittadino in sicurezza stradale, quando Svezia, Svizzera e Francia ne investono 20. Senza questi non si possono aumentare i controlli, non si possono migliorare le strade e non decollano i progetti di educazione stradale per le scuole.

Da il Fatto Quotidiano del 7 dicembre 2010