E alla fine arrivò la stangata. Puntuale come sempre, ad ogni parentesi vacanziera, l’aumento dei prezzi del carburante torna a pesare sulle tasche degli italiani aggravando i costi dei viaggi nel ponte di inizio dicembre di 25 milioni di euro. L’impennata sarà pure una tradizione, ma le cifre fanno davvero riflettere. Già, perché questa volta gli aumenti registrati fanno segnare un autentico record con il prezzo della benzina schizzato fino a 1,45 euro contro l’1,33 necessario per acquistare un’identica quantità di gasolio. Dati significativi che, unitamente al rialzo del Gpl (ad oggi venduto fino a 0,770 per litro), portano il valore di mercato dei carburanti ai livelli più alti dal 2008 a oggi.

I PRECEDENTI – Per ritrovare valori analoghi occorre risalire all’ultimo quadrimestre di due anni fa, quando però il mercato petrolifero viaggiava su cifre superiori a quelle odierne. Nel settembre 2008, il barile di petrolio si scambiava a 118 dollari, all’incirca 28 in più rispetto a quelli pagati oggi. Un differenziale compensato solo in parte dalla svalutazione dell’euro sul biglietto verde (-9% rispetto ad allora) e giudicato inaccettabile dall’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, secondo il quale il prezzo al litro dei carburanti risulterebbe, ad oggi, ingiustamente maggiorato di almeno 7 centesimi. L’anomalia è evidente. Ma la spiegazione esiste. I prezzi di benzina e gasolio, è bene ricordarlo, seguono solo in parte l’andamento delle quotazioni petrolifere influenzati, come sono, da una serie aggiuntiva di fattori che comprende i costi di raffinazione, le politiche delle compagnie e le quotazioni dei prodotti finiti. Il valore di mercato è cresciuto negli ultimi tempi, come si evince dai dati delle principali piazze europee, a cominciare dalla più importante di tutte: quella di Rotterdam. Tra i fattori l’aumento della domanda (con il gasolio trascinato dall’effetto climatico tipico dei mesi invernali) ma anche, probabilmente, una maggiore incidenza delle manovre speculative. Le accuse, in questo senso, non sono mancate ma il fenomeno resta difficile da monitorare.

GLI ALTRI PAESI – A prescindere dalle analisi di mercato resta comunque evidente una scomoda verità: per gli automobilisti la Penisola resta un territorio ostile. “L’Italia è tra i Paesi europei dove la benzina costa di più, con una maggiorazione dello 0,7% rispetto alla media dei Paesi della zona euro”, aveva ricordato pochi giorni fa il presidente dell’Adoc (Associazione nazionale per la difesa e l’orientamento dei consumatori) Carlo Pileri. In Austria un litro di verde costa il 13,9% in meno che in Italia, in Spagna si risparmia il 17%, in Irlanda circa il 5%. (…) Nella vicina Svizzera per un litro di verde si spende il 19,8% in meno, in Svezia si paga il 2,2% in meno”. Peggio dell’Italia, tra le nazioni europee, fanno solo in cinque – Olanda, Finlandia, Grecia, Germania e Belgio – mentre un valore sostanzialmente analogo si registra in Gran Bretagna e in Portogallo. Ma cosa influisce sugli elevati costi italiani?

LE TASSE ITALIANE – A gravare maggiormente c’è, tra gli altri, il peso della tassazione che, sui carburanti, incide da noi per un valore superiore al 50%. Un’occhiata alla composizione dei prezzi chiarisce meglio le idee. L’ultima rilevazione del cosiddetto “prezzo Italia”, calcolato sull’analisi media condotta periodicamente dal Ministero dello sviluppo economico, indicava giovedì scorso un valore di riferimento della benzina pari a 1,385 euro per litro. Di questi 0,458 derivavano dal prezzo della materia prima, 0,132 dai margini di profitto caricati dalle compagnie mentre ben 0,564 erano erano ascrivibili alle accise cui andava sommata un’Iva corrispondente a 0,231 euro. In pratica, le imposte si traducevano in un costo pari a quasi 0,8 euro sul prezzo finale per litro.

DALL’ABISSINIA AL VAJONT – Quello delle accise resta un tema spinoso. Dal 1935 l’Italia carica nuove tassazioni a copertura della spesa pubblica. 85 anni fa si trattò di finanziare con un’imposta unitaria 1,9 lire dell’epoca la guerra di Abissinia. Nel dopoguerra nuove imposte furono caricate per far fronte alle emergenze del tempo, dalle 10 lire a sostegno dell’intervento che fece seguito al disastro del Vajont, fino ai due centesimi a copertura del rinnovo contrattuale 2004 degli autoferrotranviari. In mezzo terremoti vari (Belice, Friuli, Irpinia) ma anche le missioni militari in Libano (1983) e nella ex Jugoslavia (1996). Ad oggi, le contingenze sono venute meno ma i rincari non sono stati cancellati. Tradotto: il governo ha escluso la voce di spesa delle guerre coloniali ma non per questo ha rinunciato a incassare l’equivalente del loro finanziamento. Proprio sulle responsabilità del governo è intervenuto duramente oggi Andrea Lulli, il capogruppo del Pd della Commissione Attività Produttive della Camera. “Il continuo e progressivo aumento del costo dei carburanti aggrava ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie italiane sempre più tartassate – ha dichiarato – . Il governo, ormai alla fine dei suoi giorni, è rimasto inerte di fronte a questa situazione senza far nulla per ridurre gli incrementi ingiustificati dei prezzi ma continuando a difendere gli interessi delle lobby. I cittadini sono stati lasciati soli e questo è un ulteriore regalo del governo”.

E IL GOVERNO? – Verrebbe da sperare, a questo punto, in un intervento diretto dell’esecutivo. Ma le possibilità, a ben guardare, sembrano decisamente ridotte. In primo luogo c’è la difficoltà di frenare la speculazione e le possibili politiche di cartello delle compagnie sui margini di profitto, a fronte di un mercato ormai pienamente liberalizzato. Anni fa si avanzò anche l’ipotesi dell’esistenza di un accordo illecito tra i grandi petrolieri, ma una sentenza del Consiglio di Stato ha successivamente assolto le società del settore. Un precedente particolarmente indicativo. In secondo luogo appare decisamente improbabile che in un momento caratterizzato da una crisi delle finanze pubbliche il governo accetti di ridurre la tassazione sui carburanti rinunciando così a un’entrata fissa. L’aggravarsi della crisi del debito pubblico potrebbe al contrario indurre il Ministero del Tesoro a spingere per nuove politiche di tassazione alla fonte nel tentativo di tamponare le falle dei sempre più disgraziati conti statali.

SISTEMA INEFFICIENTE – L’unica concreta possibilità di intervento potrebbe collocarsi dunque nella riduzione delle inefficienze distributive, vero e proprio macigno del sistema italiano. Da noi, la quantità di stazioni di servizio operative ammonta a circa 24 mila unità, più o meno il doppio rispetto alla Germania, il Paese più popoloso dell’Ue. Tradotto: le singole pompe erogano in media una quantità inferiore di benzina, gasolio e Gpl con una conseguente riduzione dei rendimenti di scala e un conseguente aumento dei costi. In questi giorni Adusbef e Federconsumatori hanno ribadito in coro la necessaria razionalizzazione della rete e l’apertura alla vendita attraverso il canale della grande distribuzione. Troveranno un riscontro? Mistero. Nel frattempo però viaggiare continuerà a costare di più. Ad oggi, per i consumatori, questa è l’unica certezza.