I nostri idoli li vorremmo sempre così: amici, affiatati, un po’ cazzoni e soprattutto senza tempo. Come Dalla e De Gregori sul palco del loro concerto “Work in progress”. Per trentun anni, dalla leggendaria tournée “Banana Republic”, ci domandavamo perché avessero litigato, perché non si parlassero più, perché avevano preso strade separate. Come Mogol e Battisti. Poi va’ a sapere se avevano litigato davvero. Però, per noi fan, era un peccato imperdonabile: gli idoli non devono litigare mai. Devono essere amici, scherzare insieme, fare tutto insieme. Rivederli lì, sui palchi d’Italia (chi scrive, da quest’estate, li ha già visti tre volte in cinque mesi mesi, alla Venaria Reale, a Catanzaro Lido e l’altroieri al Gran Teatro di Roma), proprio come li si era sempre sognati è il massimo della soddisfazione.

Non c’è nulla di costruito, di artificiale, di artefatto nel loro sodalizio rinato. O, se vi è qualcosa del genere, lo dissimulano molto bene. Perché danno proprio l’impressione di divertirsi. E quindi divertono. E cantano anche meglio di quando lo fanno da soli, il che non è facile, per due interpreti come loro. È come se le loro voci fossero nate per cantare insieme. De Gregori, timido e impacciato quando si esibisce da solo, diventa sciolto e disinvolto vicino a un animale da palcoscenico come Lucio (il quale ancora non si capacita, e noi con lui, nel sentire l’amico Principe esplodere in un liberatorio “quella alta bella fica!” nel ghignante “Disperato erotico stomp”). E Dalla, istrionico e gigione per natura, sembra assorbire un po’ (ma solo un po’) della malinconica sobrietà di Francesco. Il pubblico, almeno tre generazioni, dai 15 agli 80 anni, si beve tutto con emozioni diverse, ma sempre potenti. Non c’è ombra di politica, nel concerto di due cantautori un tempo “impegnati”. Ma la gente la cerca lo stesso, la politica, in quello che alla fine Dalla definisce “un vagito di recuperata coscienza sociale”. Se ne accorge quando, duettando con De Gregori in “Viva l’Italia”, sottolinea appena il verso “Viva l’Italia… ma l’Italia tutta intera” con un gesto circolare della mano. E scatta improvviso, inatteso l’applauso, ripetuto poco dopo quando De Gregori butta lì strascicando “…l’Italia che resiste”. E su “l’Italia del 12 dicembre” qualcuno urla “no, speriamo nel 14 dicembre!”. Ancora battimani inaspettati, quando ne “La storia siamo noi” il Principe accenna il “…siamo noi, bella ciao, che partiamo…”.

Musica perfettain 28 canzoni
Parlano pochissimo tutti e due. De Gregori lo fa per dire “sentirete molte belle canzoni, se vi piacciono batteteci le mani”. Dalla per raccontare la genesi di uno dei due brani inediti, scritti apposta per la tournée, “Gigolò” (l’altro, “Gran Turismo”, è rimasto in valigia): “La musica è di Nello Casucci che la compose nel 1929, poi fece il giro del mondo, eseguita e riarrangiata da artisti come Nat King Cole e Bill Crosby. Ho pensato: perché non scrivere le parole in italiano e portarla un po’ in giro? L’ho proposto al telefono a Francesco e lì, parlandone da un capo all’altro del filo, abbiamo abbozzato il testo”.

Poi c’è, soprattutto, la musica. Due ore e mezza di musica perfetta, supportata da un’orchestra coi fiocchi. Dal primo brano, “Tutta la vita”, all’ultimo bis, “Balla balla ballerino”. Ventotto canzoni in tutto, alcune riarrangiate fino a renderle irriconoscibili, altre filologicamente riportate alla purezza originaria. Ruffiani senza perdere in signorilità, D&DG sfoderano il meglio dei rispettivi repertori, da “Anna e Marco” a “Titanic”, da “Nuvolari” a “Piazza Grande”, da “La storia siamo noi” a “4 marzo 1943”, da “L’anno che verrà” a “Futura”, da “Rimmel” a “Santa Lucia”, da “Generale” a “Tu non mi basti mai”, da “Canzone” a “La leva calcistica del ‘56”, sempre cantate a due voci con l’eccezione degli assoli ne “La donna cannone” e in “Caruso”. Giocano col pubblico sugli arrangiamenti delle intro, nascondendo gli incipit dei pezzi più famosi in un continuo indovinello che attanaglia la platea.

Grande sorpresa quando un attacco rockeggiante maschera una versione di “Buonanotte fiorellino” tutt’altro che delicata. Alla fine, ormai è mezzanotte e mezza, tutti a reclamare i tanti brani che, per motivi di tempo, resteranno nella gola dei due cantanti: da “Com’è profondo il mare” a “Il bandito e il campione” (pur eseguiti in precedenti esibizioni estive) a “L’ultima luna” (è una richiesta personale di chi scrive).
Uscendo dal Gran Teatro, tutti a domandarsi come sia possibile che il tempo passi per tutti ma non per quei due signori, uno nato il 4 marzo 1943, l’altro otto anni dopo, che insieme fanno 126 anni. Anzi come il tempo li migliori, fenomeno tipico di certi vini pregiati. E come due personaggi così diversi in tutto – che per statura fisica formano l’articolo “il” della canzone italiana – riescano a dar vita a una simile alchimia. De Gregori, occhialetti scuri e cappellino, non si muove praticamente mai dalla seggiola alla sinistra del palco, immutabile con la chitarra sul ginocchio e col vezzo di cantare da seduto senza un cedimento di diaframma.

L’attore Francesco e lo sciantoso Lucio
Dalla, sotto un enorme Panama che pare un ombrellone, rimbalza da un capo all’altro del palco, gorgheggia, va su su coi suoi vocalizzi, gesticola, si traveste da Nuvolari con la cuffia di pelle da automobilista anni ’30, salta dal pianoforte al clarino al sax, si arrampica fin sulla luna delle ottave alte del “te vojo bbene assaie” di “Caruso”.  Quando, un anno fa, pensarono di rimettersi insieme, D&DG non pensavano che sarebbe andata così. Erano pieni di dubbi, non calcavano lo stesso palco da 31 anni. E la critica con loro. Si misero in gioco, con una prova aperta per la stampa che non suscitò soverchi entusiasmi. Il Fatto li trattò male. Poi invece l’alchimia magica della musica ha fatto scoccare la scintilla e ha prodotto il miracolo. La tournée estiva nelle piazze s’è allungata tra un esaurito e l’altro. Ora è diventata tournée invernale nei teatri. E c’è da giurare che sarà anche primaverile, e di nuovo estiva. Il Principe l’aveva quasi presagito nel suo “La valigia e l’attore”: “Eccomi qua/ sono venuto a vedere/ lo strano effetto che fa/ la mia faccia nei vostri occhi/ e quanta gente ci sta/ e se stasera si alza una lira/ per questa voce che dovrebbe arrivare/ fino all’ultima fila/ oltre al buio che c’è/ e al silenzio che lentamente si fa/ e alla luce che taglia il mio viso/ improvvisamente eccomi qua/ siamo l’amante e la sposa/ arrivati fin qua/ l’attore e la sciantosa/ e siamo pronti a qualsiasi cosa/ pur di stare qua”. Bene, l’attore Francesco e lo sciantoso Lucio l’hanno visto, l’effetto che fa. E ora guai a loro se si separano di nuovo.