Ma che sarà davvero questo nuovo polo di centro? La premessa appare fragile: tre politici in fuga. Che, solo stando insieme, possono tornare a contare qualcosa. E nel triangolo, decisamente inedito, c’è un personaggio che deve alla crisi un’ insperata botta di vita: si chiama Francesco Rutelli.

Su di lui si è sempre infierito con generosità. Appellato coi nomignoli di Ciccio Bello o Er Piacione, massacrato mediaticamente dall’imitazione – insuperabile – di Corrado Guzzanti (“Ah Berluscò, ricordati degli amici!”), bersaglio fisso delle vignette di Vauro con l’accusa di apatia erotica permanente, tutti si sono divertiti a sottolineare la morbidezza di un politico italiano supersoft.

Un eterno solista della scena parlamentare: troppo gentile per fare a lungo il Radicale, inventore di un Arcobaleno da aggiungere ai Verdi, ispirato creatore di una Margherita presto sfiorita nelle lotte interne al Pd, volato via pure da lì con una nuova creatura vagamente naturalista, l’Api.

Ora, chiudendo gli occhi e pensando, sono tre le scene che mi vengono in mente su Francesco Rutelli: l’invito a visitare l’Italia scandito in inglese latinizzato, la Roma che governò a lungo raccontandola come terra promessa di gioia e meraviglie, e soprattutto la predetta imitazione di Guzzanti. A dir la verità ricordo anche una condanna inflittagli dalla Corte dei Conti per l’eccesso di spese al Comune di Roma. Sotto accusa consulenze e contrattini vari, l’inizio di un deficit clamoroso poi magnificato con impegno dal successore Walter Veltroni.

Rutelli non se lo filava più nessuno da un bel po’. Nel Pd non c’era spazio, e l’ennesimo partitucolo contava zero nel mosaico di palazzo (per non parlare della politica vera sul territorio).

Poi la fortuna ha girato. Fini molla Berlusconi ma deve stare attento al suo nuovo partito, diviso già all’atto di nascita in mille anime confliggenti. Casini fa ormai di mestiere l’ago della bilancia, e capisce bene che andare a sinistra col Pd significa scomparire (ammesso lo vogliano), mentre girando a destra si apre la vasta prateria del post-berlusconismo, non priva di insidie e tribù nemiche. Serve dunque un terzo caballero per creare il gruppo, e Francesco è proprio l’uomo giusto: carino, educato, un curriculum istituzionale di alto livello (ex ministri e vicepremier non crescono sugli alberi), posizioni moderate e sorridenti che sanno tranquillizzare anche il più nevrotico degli elettori.

Così la magia è fatta. Uno di destra, uno di centro e uno di sinistra: ecco l’Italia finalmente unita. E un demansionato della politica che ritrova l’allure da prima serata. Vi sembra poco, di questi tempi?