L’uomo più ricercato del pianeta interloquisce alla luce del web su uno dei più popolari portali britannici. Sono paradossali i contorni della latitanza del 39enne Julian Assange, l’hacker-reporter che sta facendo tremare le cancellerie di tutto il mondo con la pubblicazione su Wikileaks di oltre 250 mila documenti riservati della diplomazia statunitense. Paradossi che tra l’altro sconvolgono, grazie alla rete, i rapporti di forza tra giornalismo e potere politico, sollevando obiezioni sui confini della libertà di informazione. E mentre i giornali che possiedono i dispacci alternano giornate in cui la fuga di notizie è abbondante e giornate in cui le rivelazioni vanno a rilento (in una specie di sinusoide di cui è difficile prevedere l’andamento), Assange spiega sul sito del Guardian: “Non tornerò nel mio paese, il governo ha chiarito il suo impegno a fianco degli Stati Uniti per attaccarci”.

In realtà né Camberra né Washington, nonostante i roboanti annunci di “task force” e inchieste, hanno spiccato alcun ordine di arresto, per la banale ragione che il reato non c’è, tant’è alcuni membri del Congresso se lo stanno inventando con appositi progetti di legge. Su Assange pende però il mandato di cattura per presunte violenze sessuali emesso due settimane fa dal Tribunale di Stoccolma e fatto proprio dall’Interpol e dal Sistema Europeo d’Informazione Schengen. Ieri il mandato è stato rinnovato dalla Svezia, per ovviare alle lacune nella cooperazione giudiziaria con la Gran Bretagna, dove si troverebbe Assange. E naturalmente su di lui gravano anche timori per l’incolumità. “Le minacce per le nostre vite sono di pubblico dominio. Stiamo prendendo precauzioni nella misura in cui è possibile avendo di fronte delle superpotenze”, ha commentato dal portale londinese.

Timori condivisi anche da sua madre: “Ho paura per mio figlio”, ha detto Christine Assange al tabloid Bild. La battagliaper ora si combatte sul web. Wikileaks è stato oscurato dal proprio server statunitense bersagliato dagli attacchi informatici, e poi sfrattato da altri operatori di appoggio, quali Amazon, che ha addotto l’identica motivazione della rabbia della Casa Bianca, ovvero la “messa in pericolo delle persone” coinvolte dalle rivelazioni. Il sito ha poi risposto insediandosi su un dominio svizzero, nonché prenotandone cautelativamente un altro nel Liechtenstein. L’ondata documentale dunque procede, seppur a ritmo lento e a corrente alternata. Molti dei file promessi devono ancora essere pubblicati. Quelli emersi finora su Berlusconi, ad esempio, sono solo una sessantina, ma secondo El Pais ve ne sarebbero dieci volte di più. Intanto i governi, oltre a prendersela col portale, cominciano ad affrontare le conseguenze politiche del “cablegate”. Barack Obama, dopo aver lanciato messaggi concilianti per placare l’ira del Cremlino per le critiche a Putin, è corso in Afganistan a rassicurare il presidente Karzai, definito dai dispacci statunitensi come un maniaco depressivo che gestisce il paese tra mazzette e interessi criminali di famiglia, risultando del tutto inadeguato nella lotta al dilagante narcotraffico.

Un’accusa, quest’ultima, che peraltro rimbalza negli ultimi documenti anche sulle truppe internazionali, e in particolare sulle forze britanniche nella valle di Helmand. E cadono le prime teste, col capo-gabinetto del ministero degli Esteri tedesco messo in “ferie obbligate” per essere risultato la fonte dei dispacci, critici verso la Cancelliera, firmati dall’ambasciatore americano a Berlino. Fuori dai palazzi, cresce il sostegno popolare per il braccato fondatore del sito, tra gruppi Facebook e portali di informazione indipendente, anche in Italia. Secondo un sondaggio dell’Swg due terzi degli intervistati lo considerano un “Robin Hood del terzo millennio”. Gli stessi operatori del settore si schierano, con l’International Federation of Journalists a deplorare “gli attacchi alla libertà di espressione”, e a ricordare che “queste rivelazioni possono essere imbarazzanti ma anche esporre la corruzione e il doppio gioco nella vita pubblica, meritevoli di un controllo pubblico”. E Assange avverte: “Se anche ci dovesse accadere qualcosa, i documenti sono custoditi, in forma criptata, da altre 100mila persone”.

da Il Fatto Quotidiano del 4 dicembre 2010