di Guido Mula*

Il ministro Gelmini ha dichiarato che se la riforma non dovesse passare non ci saranno né soldi né concorsi. La traduzione è semplice: o fate quello che vi dico io o io non faccio quello che *dovrei fare comunque*. La legge vigente (Legge 230/2005 “Moratti”, art. 1 comma 5) impone al governo di scrivere un certo numero di decreti attuativi che però mancano dal 2005, anno in cui è stata varata la legge Moratti. Che i governi, questo compreso, non abbiano ottemperato alla legge è già in sé gravissimo. Se poi si tiene conto del fatto che piuttosto che farlo hanno preferito predisporre un decreto che permetteva di utilizzare le regole già abolite dalla legge Moratti per “sbloccare” la situazione e permettere concorsi, ci si rende conto dello spaventoso vuoto normativo nel quale navighiamo. Per chi non lo sapesse, i (pochi) concorsi universitari fatti quest’anno sono stati banditi nel 2008 con le regole vecchie, già abolite nel 2005 e resuscitate pro tempore in tutta fretta (DL 248/2007) per evitare il tracollo del sistema universitario.

Che adesso un ministro della Repubblica minacci gli italiani che non sono d’accordo con lei di non fare il proprio dovere (garantire il funzionamento delle università) se non viene varata (sempre senza alcuna disponibilità al dialogo) la sua contestatissima legge, è un fatto imbarazzante e gravissimo. Un ministro, che dovrebbe essere garante del buon funzionamento dello Stato e che ha giurato di rispettare la Costituzione e il suo mandato, che si riduce a fare miseri ricatti dimostra una profonda inadeguatezza al ruolo che ricopre.

I ricercatori e tutti coloro (precari, studenti, professori, personale non docente, …) che si oppongono al disegno di legge Gelmini vogliono dialogo. Lo chiedono in modo pacifico, usando solo le parole. Chiedono che l’università sia riformata in modo condiviso, in modo ragionato. I ricercatori chiedono che si faccia un progetto strategico serio, pluriennale, che tenga conto di tutte le componenti, per poter davvero rilanciare l’università. Il ministro invece risponde con una legge che è quasi una legge delega, con i suoi oltre cento rinvii a regolamenti e decreti da stilare in seguito, con poche norme confuse ma dannose, che quasi cancella il diritto allo studio e allunga il precariato fino quasi a 20 anni (se il ministro leggesse il disegno di legge vedrebbe che si prevedono fino a 12 anni di assegno di ricerca – prima erano massimo 8 – cui si aggiungono i 6-8 anni di ricercatore a tempo determinato, senza certezza di essere assunti anche se si è lavorato al top).

Il dialogo modello Gelmini è un videomonologo su YouTube, il dialogo modello Governo è una città in configurazione da assedio ma senza gli assedianti, nella quale chi manifesta contrarietà solo con parole argomentate viene additato al pubblico come un pericoloso scalmanato. I pochi episodi di protesta non pacifica, certo condannabili ma riconducibili a pochi esagitati e non a chi manifesta civilmente il proprio dissenso, sono gli unici dei quali si parla con titoloni. Nessuno da parte governativa cita (se non per denigrare) il pacifico simbolo del tetto del dialogo sul quale sono saliti i ricercatori.

Il tetto dei ricercatori è invece la dimostrazione di come il loro dissenso sia manifestato con idee, proposte, confronto sereno sui concetti, ragionando insieme. Ma il governo e il ministro vedono questo tetto con il terrore di chi, non avendo alcun argomento, preferisce denigrare chi dissente piuttosto che entrare nel merito, segno di una logica non democratica ma impositiva. Il ministro non si confronta con gli interlocutori, ma si rifugia in monologhi infarciti di slogan per far credere a chi non è informato che la riforma è una gran cosa. Peccato che, nelle stesse parole del relatore della legge al Senato, on. Valditara, la legge non affronta davvero le cose essenziali di una università: la ricerca e la didattica. Guarda caso, però, sono le due parole che il ministro usa per dire che la legge è indispensabile.

Il rinvio della discussione al Senato è una nuova occasione per l’apertura di un dialogo. L’Università ha bisogno di una riforma condivisa, ma siamo sicuri che il Ministro Gelmini saprà evitare di confrontarsi con chi protesta anche questa volta.

*Rete29Aprile