La buona notizia è che, ad oggi, il denaro è stato restituito con i relativi (non eccessivi) interessi. La cattiva, anzi, la pessima, è che ad essere beffati sono stati ancora una volta i veri anelli deboli della catena di strategie e transazioni alla base dei piani di sostegno all’economia statunitense: i contribuenti. E’ la clamorosa verità che emerge dalla lettura dei dati resi noti dalla Federal Reserve, la banca centrale Usa, in merito ai beneficiari dei programmi di intervento finanziario post crisi. Un’operazione di enorme portata che, oltre alle banche d’affari e alle corporation più importanti del Paese, avrebbe favorito anche coloro che la crisi l’avevano alimentata con operazioni ribassiste particolarmente redditizie: i fondi speculativi (hedge funds).

Ieri, finalmente, l’istituto centrale americano ha pubblicato i dettagli sui maxi prestiti concessi per garantire la necessaria liquidità al sistema dopo lo scoppio della crisi creditizia. Tra il dicembre del 2007 e il luglio scorso, centinaia di grandi operatori hanno bussato alla porta della Fed per ottenere finanziamenti agevolati, spesso a tassi ridotti. Tra questi le grandi banche d’affari come Goldman Sachs e Morgan Stanley, che hanno potuto avanzare reiterate richieste per l’accesso ai fondi di emergenza ma anche le multinazionali statunitensi e non come General Electric, McDonald’s, Toyota e Harley Davidson, fino alla Banca centrale europea e agli istituti bancari esteri, tra cui due italiani: Intesa Sanpaolo ad un tasso del 4,65%, e soprattutto Unicredit ad un interesse massimo dello 0,42%, per complessivi 65 miliardi. In totale fanno circa 21 mila transazioni per un ammontare complessivo di 3.300 miliardi di dollari, quasi un quarto dell’intero intervento pubblico realizzato nel mondo a sostegno del sistema finanziario.

Quella che ad una prima lettura rischiava di sfuggire agli osservatori, era in realtà una componente tutto sommato ridotta eppure terribilmente emblematica delle contraddizioni stesse dell’operazione. Tra i programmi di intervento si segnalava infatti anche il cosiddetto “Talf” o “Term Asset-Backed Securities Loan Facility”, in pratica un piano di prestiti rivolto agli investitori disposti ad acquistare obbligazioni coperte da assets problematici come i crediti sui prestiti contratti dagli studenti universitari, o quelli vantati sui finanziamenti per l’acquisto delle automobili o delle case. 177 operatori hanno così ottenuto circa 71 miliardi di dollari per finanziare un’operazione d’acquisto dal valore totale di 79 miliardi. Detto in altri termini si tratta della solita leva finanziaria: 8 miliardi di tasca propria, quasi nove volte tanto di origine esterna. In un mercato caratterizzato da stretta creditizia e da crescente sfiducia, l’operazione avrebbe potuto quasi passare per un’opera di bene. Peccato però che a beneficiare del prestito, finanziato, è bene ricordarlo, con il denaro dei contribuenti, siano stati principalmente i fondi speculativi che, dopo aver guadagnato dalla crisi scommettendo al ribasso sulle società maggiormente esposte ai titoli coperti dai mutui, hanno potuto riprendere a fare profitti.

Soggetti dall’indole a dir poco spericolata come Magnetar Capital, Tricadia e FrontPoint Partners si sono così lanciati sulla piazza ottenendo rendimenti a doppia cifra. Nel momento di massima crisi, ha ricordato il Wall Street Journal (Wsj), la redditività ha toccato anche il 48%. Quando, successivamente, gli interessi sui titoli trattati sono calati, gli investitori hanno comunque guadagnato non meno del 10%. “Il fatto che alcuni investitori che hanno fatto profitti durante la crisi abbiano potuto beneficare del Talf – sottolinea opportunamente il Wsj – farebbe sorgere alcune domande sul perché un intervento basato sui soldi dei contribuenti abbia finanziato nuovi investimenti per questi stessi soggetti”.

A riciclare, seppure indirettamente, i soldi dei taxpayers, è stato, ovviamente, anche il grande trionfatore della crisi: il super speculatore John Paulson. Forte di un’intuizione rivelatasi decisiva (le grandi banche, aveva capito in anticipo, sarebbero tecnicamente fallite), il gestore dell’omonimo hedge ha dapprima scommesso al ribasso sui soggetti più esposti (si narra che un acquisto da 22 milioni di dollari in Credit default swaps su Lehman Brothers gli abbia garantito un ricavo da 1 miliardo) per poi accedere al sistema di finanziamento pubblico. OneWest Bank, istituto erede di IndyMac tuttora sostenuto anche da una società di private equity di Paulson, ha ottenuto e successivamente restituito 34,4 milioni di dollari del programma Talf. Non è noto quanto abbia fruttato l’operazione.

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