Massimiliano Allegri, allenatore del Milan

Numeri dal campionato

Campionato a passo di lumaca, poche vittorie e tanti pareggi, nessuno che brilli o che dia l’impressione di avere i numeri per spadroneggiare. Pare di essere tornati ai tempi dei due punti a vittoria, allorché prendere il volo era difficile tanto quanto recuperare se si rimaneva indietro. Così i giornali si chiedono: è un campionato bello o brutto? Be’, ai posteri l’ardua sentenza. Oppure ai tanti “magister elegantiarum”, che di solito guardano più al vestito che ai cosiddetti “fondamentali”. Perché il dilemma è sempre lo stesso: meglio partite con gragnole di gol e difese ballerine, o uno zero a zero giocato con equilibrio e senza sbavature? (per Gianni Brera, a esempio, la partita perfetta era quella che finiva zero a zero). Oppure: meglio un torneo con tante squadre scarse che lottano fino alla fine, o uno con una grande che va in fuga lasciando alle altre il ruolo di comprimarie? È una questione di gusti. O piuttosto di mode.

Vintage Rocco

Ah, la moda, che mondo imperscrutabile. Un giorno vanno i pantaloni alla zuava, il giorno dopo quelli a zampa d’elefante, quindi i tubolari, poi i “pinocchietti”, poi a costa larga, poi a costa stretta. Infine tutto riparte da capo, perché il vintage è sempre dietro l’angolo. Avevano forse ragione Elio e le storie tese quando cantavano: “C’è una banda di ricchioni che ha deciso che, ieri andava il verde e oggi il blé?”. Ebbene, nel calcio è in corso un’apologia del “retro” (ma la banda di ricchioni non c’entra: il “retro” è sempre il nostro, qualunque orientamento sessuale abbiamo.) Infatti, ecco un ritorno all’elogio del vecchio calcio all’italiana, vituperato per decenni (per la precisione: 25 anni). “Il Milan dei mediani? Le grandi squadre non prendono gol!” (il Giornale di sabato). Certo, evviva Pozzo, evviva Rocco, evviva Helenio Herrera, evviva Bearzot, evviva Trapattoni. Ed evviva Allegri. Difesa e contropiede, insomma, e se ce ne è bisogno, palla in tribuna. Il fine giustifica i mezzi. D’altronde, non è sempre stato così? Il calcio non è forse questione di numeri? Ovviamente sì. Però, ci si consenta, la Storia non è Orwell. Dire un giorno una cosa, e l’altro il suo contrario, è esercizio di regime. Il calcio all’italiana ci ha fatto vincere tutto, con la Nazionale e con i club; è considerato in tutto il mondo una categoria del pensiero pedatorio; è un marchio del made in Italy che avremmo dovuto difendere col Doc. Ora lo riesumiamo dalle pieghe della Storia per legittimare il presente, dopo averlo rifuggito come la peggio cosa. Intendiamoci, la coerenza è l’ossessione delle menti semplici. E cambiare idea fa sempre onore. Però…

Brigate Rosse (o nere)

Scrive Franco Rossi sul suo sito: “Ormai la censura è totale, o quasi. […] L’Inter che nella partita più importante della stagione, il derby, si dimentica di mettere in lista l’addetto agli arbitri, è una notizia che pochi hanno detto scritto e che molti hanno ignorato per il buon nome di questo mondo che vogliono far apparire dorato. 
Massimo Allegri, tempo fa fermato dai carabinieri per eccesso di velocità, li minaccia con frasi che in un paese civile lo avrebbero mandato dritto in galera.
“Dammi il tuo nome e l’indirizzo che ti mando qualcuno sotto casa…vi faccio perdere il lavoro a tutti, voi non sapete chi sono io.” E poi la conclusione di uno che dovrebbe essere internato: “Le Brigate Rosse non erano poi così male con voi…”
[…] Bene, per questo Allegri avrà un processo, ma la notizia è stata data da pochissimi giornali (tra i quali Il Fatto, ndr) e ancor più pochissime televisioni.
 […] Orwell in 1984 aveva anticipato i tempi, ma il 1984 non è sparito, anzi oggi è più vivo che mai.»

Mou-nette

Rafah Benitez risponde alle critiche di Rui Faria, il vice di Mourinho, ai suoi metodi di lavoro: “Rui Faria? Ma chi è, quello del Grande Fratello?”. Lo spagnolo si riferisce ai continui contatti che lo staff di Mou avrebbe ancora con la rosa dell’Inter. Eppure, circa un anno fa, durante una partita contro la Sampdoria preceduta da una montante polemica, con Mourinho, l’antipatico, accusato di fomentare arbitri e violenza, la doppia espulsione di due interisti scatenò la protesta del Meazza, il quale inscenò la celebre panolada. Circondato da due ispettori federali, che lo curavano a vista, l’allenatore interista alzò le braccia e le unì ai polsi. Gli costò caro, perché da allora in poi non avrebbe più parlato, né quindi spiegato il significato di quel gesto. Tutti lo interpretarono come quello delle manette, ma non era così. Riproduceva il gesto degli abitanti dell’Eurasia nel 1984 di Orwell versione Richard Burton. Perché, secondo Mou, allora un Grande Fratello aveva deciso di muovere il suo ministero della verità. E lui si sentiva la vittima designata. Oggi quell’accusa gli si rivolta contro. Insomma, in giro c’è un Grande Fratello, l’abbiamo capito. Però qualcuno ci spieghi chi fa la parte di Winston Smith, chi quella di Goldstein e, soprattutto, chi c’è dietro al Grande Fratello. Altrimenti con chi ce la prendiamo?

PPP

Pier Paolo Pasolini era un intellettuale a 360 gradi, dunque amava il calcio, sia giocato di persona che per procura. Per lui la partita era l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Ebbene, su il Manifesto di venerdì scorso, il professor Massimo Raffaeli, presentando un convegno sul rapporto tra Pasolini e il calcio, scrive: “È probabile che nella plasticità del gioco, nella trama armoniosa di un’azione, nella semplice bellezza di un gol, egli (Pasolini) individuasse da un lato la compiutezza della forma d’arte e dall’altro, specialmente, un gesto di perfezione etimologica, in grado di sottrarsi al principio di prestazione e agli automatismi della mercificazione”. Detto in altre parole: una finale di un campionato del mondo è un evento mediatico planetario che muove molti soldi e interessi. Se fosse un film, sarebbe infarcito di emozioni e si risolverebbe all’ultimo minuto con un colpo di scena (dopo la pubblicità). E invece la partita può finire benissimo zero a zero e annoiare mezzo mondo fino ai calci di rigore. È bello per questo, il calcio. E PPP l’aveva capito. Anche se si vuole ridurlo a merce, essendo un gioco, lui non si piega ai dettami dello spettacolo. Spettacolo che poi, a dirla tutta, è l’unico vero Grande Fratello del terzo millennio.

di Matteo Lunardini