Nell’ultima puntata di Vieni via con me, Roberto Saviano ha detto una cosa molto importante: “Bisogna fare bene le cose”. Si riferiva a come era stata costruita (male) la Casa dello studente dell’Aquila, poi crollata col terremoto. Immagino sapesse che stava citando Italo Calvino, che in una delle sue ultime interviste, rispondendo a chi gli chiedeva quale fosse la cosa più importante per affrontare il millennio entrante, rispose più o meno così: occorre fare bene le cose, essere molto precisi, usare le parole in modo perfetto, lavorare molto bene.

Mi colpisce questa citazione, perché è controintuitiva, un po’ demodé, e non trasferisce un concetto facile, anzi, parla di fatica.

Saviano ha perfettamente ragione. Costruire male è l’anticamera di un crollo. Parlare male lo è del fraintendimento. Lavorare poco ai propri progetti genera aborti. La mancanza di impegno indirizza alla nausea. Di questo pastone nauseabondo si ciba la cattiva politica, il malaffare, la criminalità. Muoversi al suo interno è favorito dalla mancanza di controllo, dal permissivismo sulle regole e dalla superficialità. La mediocrità è consentita dall’assenza di indignazione.

Si tratta, manco a farlo apposta, di un’ulteriore dimostrazione della necessità di lavorare individualmente, prima che di partecipare.

In questi giorni ferve il mondo studentesco. Si manifesta. Ne sono felice. Vedere i giovani partecipare alla loro vita fa bene al cuore. Fa bene agli occhi vedere che per testimoniare il loro dissenso si siano spinti verso l’alto, abbiano scalato torri e monumenti.

Però io vorrei fare una raccomandazione a questi ragazzi: manifestare tutti insieme non basta, occorre manifestare come individui, fare bene il proprio lavoro. La prima cellula della rivolta è la testimonianza quotidiana, quando quei ragazzi studiano, quando lavorano, cioè quando e dove si deve vedere (si deve vedere!) che appartengono a un mondo nuovo, migliore. Un mondo in cui le regole vanno rispettate (semmai occorrerà lavorare con assiduità e precisione per cambiarle), in cui si deve studiare molto, si deve essere molto bravi nel proprio impiego, se si controlla non si deve mai chiudere un occhio, se si fanno progetti, se si hanno sogni, quei progetti e quei sogni devono essere di qualità e devono essere trattati con precisione, con serietà e con rigore.

Non veniamo formati che alla collettività, al gruppo, alla promiscuità. Non veniamo educati alla responsabilità, alla testimonianza individuale, alla dignità del nostro lavoro. Ognuno di noi può rendere diverso, migliore, il mondo in cui viviamo. Ognuno di noi è una cellula eversiva quando si alza, prende in mano la propria storia, si comporta diversamente dall’andazzo sciatto e lassista in cui è immerso. Ognuno di noi dovrebbe sapere che facendo bene, lavorando con precisione alle proprie cose, credendo molto e applicandosi molto ai propri progetti, rifiutando la mediocrità e l’approssimazione, in questa epoca, sta facendo una rivoluzione. Una rivoluzione permanente, che non si esaurisce, ma precede e segue ogni manifestazione.