Atene, dicembre 2009
Atene, dicembre 2009. Fotografia di Kostantinos Economou

La prossima mostra della Kunsthalle Athina – di cui ho di fronte l’invito – si chiama Mountain/Hope: Montagna, Speranza. Il titolo ha qualcosa di bello, forse perché ultimamente, o meglio dal 30 luglio, i messaggi che arrivano da parte dei musei italiani non sono altrettanto rassicuranti.

La manovra finanziaria di luglio, decreto legge 78, convertito in legge n. 122 del 2010, contiene infatti una disposizione che determina per i musei comunali un tetto del 20 per cento, rispetto al bilancio 2009, che le istituzioni non possono superare per attuare il loro programma di mostre. Il 12 novembre scorso i musei italiani hanno indetto una protesta che ha preso varie forme, dalla chiusura all’ingresso gratuito.

Colpiscono due fatti: il primo è che la misura, se non sarà, come richiesto, emendata, porrà un grave discrimine tra musei comunali, musei pubblici che si sono costituiti a livello legale in fondazione, e musei statali. Il secondo è che la protesta è trasversale e vede nelle giunte comunali maggioranza e opposizione schierarsi fianco a fianco nella difesa di un bene che, dimentichiamo spesso, appartiene ai cittadini.

Perché i musei sono importanti? Bisognerebbe rileggere ogni tanto la carta dell’ICOM: “Il museo – dice il codice ICOM –  é un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto” e ricordare che l’esigenza di costituire un ente internazionale dei musei è stata sentita all’indomani della seconda guerra mondiale a tutela di beni riconosciuti comuni. Il codice ICOM anche nel suo linguaggio tecnico conserva un aspetto poetico, quella speranza che oggi, nell’invito alla presentazione di una mostra ad Atene sembra un antidoto alla crisi che il settore culturale vive oggi in Italia.

Un altro antidoto: su Repubblica del 27 novembre 2010 Adriano Sofri, parlando del volume uscito per i Meridiani sulla poesia greca del Novecento (coincidenze) cita un brano di una poesia di Titos Patrikos del 1988 che si chiude con un verso che di nuovo mi colpisce: “I versi non rovesciano i regimi/ Ma certamente vivono più a lungo/ Di tutti i manifesti dei regimi.” Ciò che è conservato nei musei ci racconta la nostra storia, ciò che oggi produciamo e che nel tempo manterrà una contemporaneità – cioè la capacità di restituire un tempo preciso pur continuando a parlare al di là di quel tempo – sarà conservato nei musei, che racconteranno ciò che siamo stati a chi ci succederà. Per questo i musei sono importanti, e per questo è particolarmente grave quando a chiudere sono i musei di arte contemporanea. Come la poesia, l’arte non può risolvere i problemi sociali, economici o politici, può tuttavia restituirli in immagine, e questa immagine, prodotta ora, ci permette di mettere diversamente a fuoco il tempo in cui siamo immersi, e può essere conservata a futura memoria di ciò che ne è stato origine. Il compito del museo non è del resto soltanto quello di conservare, ma anche di produrre e soprattutto distribuire cultura, ciò che ne fa un organismo del tutto integrato alla sfera pubblica, di cui condivide a ben vedere i suoi processi economici e pertanto – ce lo diceva Foucault –  costituisce una struttura di potere.

Si può ripensare al museo in tempi di crisi come un dispositivo che rifletta – in quanto ne condivide i problemi e le urgenze – su come oggi cambia forma la sfera pubblica? La Kunsthalle di Atene si è data proprio questo compito aprendo un anno fa in concomitanza e sulla spinta delle proteste che hanno riportato la crisi greca all’attenzione mondiale. Nelle dichiarazioni d’intenti dei due curatori la Kunsthalle Athina aspira a costituire un organismo non autoritario, ma partecipato e che esista fintanto che ‘noi’ ne desideriamo l’esistenza. Una Kunsthalle è ovviamente qualcosa di diverso da un museo, è un organismo sovvenzionato tradizionalmente da mecenati e aperto da artisti, tuttavia questo spazio di Atene richiama la nostra attenzione sul fatto che i musei sono espressione di democrazia, e che a difenderla sono chiamati non solo i professionisti che ne costituiscono uno solo dei possibili pubblici, ma tutti i cittadini.

Se i musei possono spendere il 20% del bilancio del precedente anno, significa che noi stiamo rinunciando all’80% di ciò che avevamo potuto vedere, sentire, esperire solo un anno fa. E se smettiamo di considerare il museo come un luogo separato dal tessuto sociale e lo ricollochiamo nella sfera pubblica, questo diventa una metafora del nostro paese oggi e dello stato della democrazia. Ce ne è abbastanza per sentirsi parte di un ‘noi’ che chiede di emendare la legge 122.

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