Tempo fa, ancora prima di cominciare questo blog, mi era venuto in mente di parlare del Rwanda e di azzardare un confronto con l’Italia. Lo spunto era venuto da un articolo del Presidente della Repubblica del Rwanda Paul Kagame nel Financial Times del 20 agosto.

Poi ci ho ripensato, temendo che il paragone fosse troppo azzardato e che il mio pensiero sarebbe stato facilmente travisato.

Ora però il congresso dell’Associazione nazionale magistrati mi tira in ballo il Rwanda: nell’articolo di Repubblica del 26 novembre scorso si bolla lo stato disperato della giustizia italiana con la frase “peggio del Rwanda” (anche se a leggere meglio si parla della classifica dei Paesi in cui è conveniente investire: l’Italia è all’80° posto e “Zambia, Mongolia, Ghana, Rwanda continuano a precederci”.)

Io ho un caro amico nato in Rwanda e trasferito qui in Belgio, orfano a causa del genocidio. A volte mi parla del suo paese natale con passione, e allora vorrei esigere un po’ di rispetto per il Rwanda, per favore.

Il confronto è innanzitutto ingeneroso verso il Rwanda: si confronta un Paese sviluppato e industrializzato con un Paese africano menomato dalla ferita profonda del genocidio. Il divario è enorme: nella classifica dell’indice di sviluppo umano (HDI) stilata dall’UNDP (United Nations Development Programme) l’Italia è 23esima, il Rwanda solo 152esimo.

Però è vero che, almeno per alcuni aspetti specifici, la situazione è diversa. Alcuni indici ‘gender-related’ sono molto più favorevoli al Rwanda, che ha per esempio una percentuale molto alta di donne parlamentari. E prendendo altre fonti di dati, la percezione di corruzione (Corrupton perception) vede per esempio l’Italia 67esima (con 3,9 punti su 10) subito dietro il Rwanda.

Al tempo stesso, il confronto rischia di essere ingeneroso per l’Italia.

Il Rwanda è passato attraverso una tragedia in cui conoscenti, vicini e persino amici si sono ritrovati a trucidare (o essere trucidati da) i loro conoscenti, vicini e persino amici con una ferocia inaudita. E, alla fine di questo inferno, si è posto un problema serio: come far convivere fianco a fianco vittime e carnefici senza ripiombare nell’inferno di prima o piombare in un nuovo inferno di vendette. Un compito titanico; e innanzitutto una questione di giustizia.

La tentazione di abbandonare il dovere di fare giustizia caso per caso, vista la scala del crimine, la tentazione di ‘voltare pagina’ si sarebbero potute affacciare. Invece no.

Parte della soluzione è venuta dai tribunali popolari detti ‘gacaca’. Qui la testimonianza indiretta delle mie conoscenze rwandesi e il punto di vista di Amnesty International & co. divergono, e non voglio fare un’analisi giuridica ma semplicemente soffermarmi su un aspetto simbolico e sociale dei gacaca molto particolare. Il concetto è semplice: i rei confessi chiedono perdono alle loro vittime (e soprattutto ai parenti e amici delle loro vittime), espiano la pena e poi tornano a vivere accanto all’etnia che hanno tentato di eliminare. E a viverci, si spera, in pace.

Noi siamo ad anni luce di distanza. Ve li vedete corrotti e corruttori chiedere scusa, anziché inveire contro i giudici? Come sarebbe bello se ladri, corruttori, corrotti eccetera chiedessero scusa alla società cui hanno recato danno. E che, in contropartita, e una volta espiata la pena, ottenessero una seconda opportunità senza pregiudizi.

Un altro punto su cui potremmo utilmente ispirarci al Rwanda è quello del rinnovamento della classe dirigente (vedi le ultime uscite di Montezemolo, che non si possono che condividere salvo dubitare sulla loro messa in opera, visti i precedenti). In Rwanda, la vecchia classe dirigente è stata spazzata via dal genocidio e dalla guerra civile. Ma oggi, al di là di Kagame, ci sono molte donne (se non vado errato, il Parlamento rwandese è quello con la più alta percentuale di donne al mondo) e giovani a guidare e ricostruire il Paese, materialmente e moralmente, con risultati eccezionali per gli standard del continente. In Italia, nonostante i terremoti giudiziari e delle urne tra gli anni ’80 e ’90, questo rinnovamento non c’è stato. Il nuovo, checché se ne dica, non è avanzato, anzi.

Ecco, la pietra è lanciata nello stagno, adesso potete gridare allo scandalo e girare lo sguardo dall’altra parte se volete. Oppure potete riflettere sul senso di queste poche righe: piangerci addosso non serve a nulla, però confrontarci con altri Paesi sì, a patto che lo si faccia con apertura mentale e vera voglia di cambiare.

E in questo caso non è necessario andare a cercare in Africa. Basta prendere i Paesi scandinavi, che figurano nelle posizioni di testa di quasi tutte le classifiche di sviluppo stilate da enti vari. Partire dalla lotta alla corruzione (vedi classifica già citata) sarebbe una buona idea.

Disclaimer: Come riportato nella bio, il contenuto di questo e degli altri post del mio blog è frutto di opinioni personali e non impegna in alcun modo la Commissione europea.