Al vecchio tifoso ricorda un po’ Salvatore Bagni in gioventù. Ma il ragazzo, ventitré anni, non fa il calciatore. La sua partita è un’altra. Si è messo in testa di smuovere coetanei e adolescenti contro i clan saliti in tolda di comando nelle zone governate dalla Lega. Massimo Brugnone [in foto] è una nemesi storica per la mitologia lumbard. Nato a Busto Arsizio, provincia di Varese, ma con un bel corredo da terrone: il padre è di Termini Imerese, direttore alle poste, la madre tarantina, cancelliere in tribunale, due classici pubblici impiegati “venuti da giù”. E in più rappresenta un’associazione che odora di Calabria: “Ammazzateci tutti”, nata per rabbia e sfida dopo che a Locri, era il 2005, i clan uccisero Francesco Fortugno, vicepresidente del consiglio regionale calabrese. Ci voleva lui per fare quel che i leghisti purosangue non hanno mai fatto. Portare, per esempio, gli studenti del liceo scientifico di Busto Arsizio, il “Tosi”, ad assistere al processo alla ‘ndrangheta. “Bad Boys” si chiama. “E perché non dovrei farlo? È giusto o no che i giovani sappiano come funzionano le istituzioni? E il funzionamento della giustizia non è importante per capire come la Repubblica fa rispettare le sue leggi?”.

Famiglie e omertà
Vaglielo a dire ai parenti dei (presunti) boss e dei loro (presunti) affiliati… Si erano abituati ad agire in silenzio, qui, con una bella pletora di sindaci e assessori pronti a giurare che la mafia non esiste. E ora non solo gli arriva addosso la magistratura che da Reggio Calabria a Milano mette clan e appalti sotto tiro, ma incomincia pure la rivolta civile. Ragazzi che si mobilitano per andare a vedere come vengono processati gli imputati di associazione mafiosa. Con quei parenti che in Lombardia spesso intervengono nelle trasmissioni tivù, scrivono ai giornali, regolarmente ospitati, per proclamare l’innocenza dei congiunti e puntare l’indice contro chi crede più ai carabinieri che ai loro giuramenti. “Sì, i parenti se la prendono con noi, ci insultano, ci accusano di considerare tutti già colpevoli prima che si faccia il processo. L’altro giorno mi ha affrontato la moglie di Vincenzo Rispoli, il capo dei calabresi di Lonate Pozzolo. Si è anche lamentata dal fatto che i familiari dei mafiosi non ricevono aiuti dallo Stato. Li ricevono anche i tossicodipendenti, ha detto, e noi perché no? Mi ha augurato di passare tutto il male che sta passando lei. Ma noi vogliamo sentire bene le accuse. Vogliamo sentire avvocati e testimoni”. Già, i testimoni sono una specie a parte, qui. Mica per niente Ilda Boccassini ha dovuto denunciare silenzi e reticenze dei famosi imprenditori del nord.

Massimo è uno di quei giovani che da un po’ di tempo a questa parte stanno smuovendo la palude, il grande e pacifico accordo che assegna Busto Arsizio alla mafia siciliana dei gelesi e l’asse Lonate Pozzolo-Legnano ai calabresi. Ma non si ferma alla provincia di Varese. L’altro giorno è andato anche vicino Lodi, dai ragazzini delle terze medie di Graffignana. Si porta dietro i loro disegni come un trofeo, per dimostrare che è possibile svegliare le coscienze. “Diceva Borsellino della mafia: la gioventù le negherà il consenso. Ecco, io immagino l’umanità fatta di palline bianche, nere e grigie. Le grigie sono la maggioranza. Le bianche sono in gran parte tra i giovanissimi, bisogna che rimangano bianche salendo con l’età”. Ha una passione per la legge, e mica per niente è iscritto a giurisprudenza a Milano. Si è scaricato le 790 pagine di ordinanza di custodia cautelare dell’operazione Infinito e ne fa materia di divulgazione, perché almeno i giovani smettano di vivere come Alice nel paese delle meraviglie. Parla secco, davanti alla folla chiamata a Lonate da un gruppo trasversale di consiglieri uniti “per la legalità”.

In paese il quaranta per cento dei residenti arriva da Cirò Marina e qui non se ne vede uno tranne il vicesindaco, perché è meglio non dare nell’occhio, meglio restare a casa. La giacca blu, tiene le mani come aggrappate al microfono mentre snocciola i nomi e cita Vincenzo Rispoli, il fruttivendolo, il boss locale; mentre invita gli onesti a mettersi insieme, i suoi coetanei ad “andare oltre senza aspettarsi nulla, perché oggi abbiamo tutti i mezzi per crearci un’informazione da soli ed essere di esempio per i più piccoli”. Avverte che si sta lasciando solo Fabio Lonati, commerciante-imprenditore usurato, e poi preso a calci sul torace e costretto letteralmente a mangiarsi le cambiali. “Qui dentro”, dice, “magari qualcuno lo sapeva e ha taciuto”. Parla asciutto, ma ha lo sguardo gentile. E qualche impennata di durezza. Difficile per lui accettare che il sindaco di Desio sia andato a chiedere al prefetto di Milano di dire che Desio non è la città messa peggio tra Brianza e dintorni. Si chiama Mariani quel sindaco. La maggioranza dei suoi consiglieri si è appena dimessa, provocando il commissariamento del comune.

La meglio gioventù
Ammazzateci tutti” da Locri ci tiene a ricordare alle autorità lombarde che combattere la mafia è un loro dovere, altro che far le vittime e i piangina, come si dice nella fertile pianura del Po. Massimo spiega di non sentirsi rappresentato dagli adulti, che molti quarantenni che si definiscono giovani neanche immaginano che cosa passi a lui nel sangue quando sente parlare dei trionfi di violenza e di silenzio dei clan. Be’, se mai si andrà a votare, i partiti ci pensino. E candidino i Massimi che in tutta Italia trascinano la meglio gioventù. Che il “largo ai giovani” sia rivolto a loro invece che ai portaborse del Palazzo.