In questi giorni è iniziato il mese propedeutico del nuovo triennio del Centro Sperimentale di Cinematografia. Come ogni anno da alcuni anni a questa parte mi ritrovo davanti sedici persone, che dichiarano di avere un sogno comune: fare il cinema. Come ogni anno anche quest’anno queste persone hanno visto meno cinema italiano di quelle dell’anno predente. Nei primi due incontri con loro ho citato almeno una trentina di autori e film importanti dell’ultimo ventennio. Una sola ragazza, guarda caso ripetente, ha visto Garage Olimpo di Marco Bechis. Per gli altri, Bechis, Marra, Mereu, Ospiti,  Gaudino, Gaglianone, Munzi, Incantesimo napoletano, Il caricatore, Tavarelli, tanto per citarne alcuni, non esistono.   Al di là di queste e di altre altrettanto gravi carenze che scoprirò nei prossimi giorni, di queste sedici persone, otto dovranno comunque modificare la rotta  per inseguire il loro sogno, perché non saranno ammesse al corso. Otto invece, da gennaio ogni giorno prenderanno la metro, scenderanno alla fermata Subaugusta e sogneranno per tre anni di trasformare la voglia di fare cinema in un lavoro.

In Italia è difficile avere un sogno.

E’ irresponsabile insegnare un sogno.

E’ arduo condividere un sogno.

E’ per questo che ogni anno mi pongo lo stesso problema: in questo paese, è possibile, corretto, ma soprattutto giusto ancora spingere delle persone tra i venti e i trenta anni a coltivare il sogno di fare cinema?  Non solo insegnando al Centro Sperimentale di Cinematografia, ma anche incontrando persone che hanno avuto un’idea, scritto una sceneggiatura, a volte addirittura già girato un film, avendo il tempo la forza e la tenacia di mantenere purtroppo solo qualche volta la promessa data loro di pensare alla loro idea, di leggere la loro sceneggiatura, di vedere il loro film, per poi eventualmente costruire qualcosa di più solido insieme? Anche se questo qualcosa di più solido, i futuri aspiranti allievi del Centro Sperimentale, dunque non spettatori qualsiasi, ma portatori sani di sogno, non sapranno neanche che esiste? Anche se il potere che regola le nostre vite sembra deciso ad annientare il cinema e con esso il teatro, la musica, la letteratura, la ricerca, la cultura? Anche se ci spingono sempre di più a credere che il pubblico non ne vuole più  sapere? Anche se quei pochi cineasti che hanno trovato il modo di dialogare con il potere tendono a conservare soltanto i propri privilegi e a preservare i propri interessi? Anche se, insomma, da tempo grandina a tempesta?

No, non lo so se sia possibile, né corretto, né tanto meno giusto allevare questo sogno.

Ma l’illogico furore della passione che mi porto dentro, mi fa venire ogni giorno voglia di uscire  e di farmi male con questa grandine che cade sulle nostre teste,  sapendo che, ferendolo,   farà sentire il mio corpo vivo. Sì, bisogna sfidare la grandine. E lottare ancora per un cinema  non omologato, non allineato, non rassegnato. Un paese civile, in cui ogni tanto può anche grandinare, ha bisogno anche del cinema che va da Paolo Sorrentino a Beppe Gaudino, quello che non è solo intrattenimento e spettacolo, ma anche riflessione estetica.

Bisogna essere pronti alla guerriglia. Pronti a subire delusioni e sconfitte. Pronti anche a commettere errori, perché tutto sommato, come diceva Flaiano, è proprio quando terminano gli errori che finisce la vita. Io a cinquantuno anni ho l’obbligo di continuare a vivere e sognare un cinema disorganico, per me, per i miei figli, per i miei allievi, per i talenti nascosti, per un paese da cui io sono  troppo vecchio e i miei aspiranti allievi troppo giovani per andarcene, per un paese civile che mi ostino a credere prima o poi diventerà quello in cui viviamo.

Vengo rimproverato, anzi mi viene mossa un’imputazione di reato. Io sono reo di porto abusivo di sogno e devo dire che tendenzialmente mi dichiaro colpevole.  Intendo anche essere recidivo, perché il reato del sogno è un reato che mi piace: in un mondo abituato a vivere negli incubi, nella legalità degli incubi,  io voglio commettere il reato dei sogni, voglio sognare un mondo differente, un mondo nel quale le persone siano più importanti delle merci, la vita sia più importante del denaro

Ecco, queste parole le pronunciò Nichi Vendola alcuni anni fa, durante un comizio. Mi tornano in mente ogni volta mi pongo la domanda se sia giusto continuare a sognare di fare cinema e continuare a spingere altre persone a sognare di fare cinema.

E ogni volta, anche oggi, mi danno la risposta che cerco.