Tutti d’accordo sul fatto che la Rai debba ispirare la propria attività al criterio del pluralismo, garantire parità di accesso a tutte le forze politiche e, soprattutto, la veridicità e correttezza dell’informazione.

Egualmente tutti d’accordo sul fatto che sin qui, la RAI abbia tradito funzioni ed obiettivi del servizio pubblico e, soprattutto, si sia resa gravemente e reiteratamente inadempiente agli obblighi su di essa gravanti in forza della disciplina vigente e del contratto di servizio pubblico.
Tutti – o quasi – egualmente d’accordo, infine, sul fatto che il Governo debba utilizzare tutti i mezzi a propria disposizione per garantire meccanismi di controllo dell’operato della RAI più efficaci di quelli attuali.

È questa la sintesi della pioggia di mozioni presentate nei giorni scorsi in Parlamento da deputati e senatori di maggioranza ed opposizione.
Almeno cinque, le mozioni sin qui annunciate, da Bocchino (Fli), Giulietti (Pd), Lo Monte e Sardelli (Gruppo Misto) e, per finire, Cicchitto (PdL).
Salvo poche e marginali sfumature e salvo, naturalmente, l’irrefrenabile tentazione di additare sempre gli altri come i più presenti nel piccolo schermo ed i responsabili delle lottizzazioni consumatesi in Rai, le cinque mozioni sembrerebbero uscite dalla stessa penna.

La «tutela del principio del pluralismo» non significa lottizzazione numerica degli spazi e degli operatori fra i partiti, ma corretta rappresentazione della pluralità delle posizioni in cui si articola il dibattito politico-istituzionale e delle diverse ispirazioni culturali” scrive Cicchitto (PdL) nella sua mozione ed aggiunge poi che “Tutte le diverse matrici culturali del Paese hanno dignità e diritto di esprimere la propria visione progettuale e la propria interpretazione della realtà“.

Il servizio pubblico televisivo non può essere considerato come il luogo di espressione privilegiato di determinati ambienti ed aree politiche; non è possibile, infatti, pensare che oggi il servizio pubblico televisivo (o parti rilevanti di esso) possa configurarsi come uno spazio privato ad uso e consumo di conduttori e giornalisti dichiaratamente schierati nell’area politica e culturale della sinistra” continua il capogruppo alla Camera del partito del premier, tirando una stoccata all’indirizzo di Santoro e, probabilmente, della coppia Fazio-Saviano.

Oltre il comune senso del pudore, vien da dire leggendo passaggi come questi della mozione presentata dai fedelissimi del premier.

Alla posizione del PdL sulla questione Rai, riassunta nella mozione Cicchitto, risponde il neonato Gruppo di Futuro e libertà con una mozione presentata dal capogruppo, Italo Bocchino ma firmata dalla quasi totalità degli uomini di Fini che, sembra, la fotocopia di quella presentata dall’On. Cicchitto, salvo che nelle conclusioni, attraverso le quail ci si scaglia “a testa bassa” contro il Tg1 di Minzolini e lo strapotere ed il dirigismo di Mauro Masi.

Scrive, infatti, l’on. Bocchino “il servizio pubblico di informazione, per le caratteristiche proprie del mercato radiotelevisivo italiano e della mission della concessionaria del servizio pubblico, impone una particolare tutela del principio del pluralismo, non inteso nel senso di una equilibrata «lottizzazione» degli spazi informativi tra le diverse forze politiche in ragione del loro diverso peso parlamentare, ma in quello di una rappresentazione realistica della pluralità delle posizioni in cui si articola il dibattito politico-istituzionale e in un uso sistematico e non derogabile del principio del contraddittorio”.

Sin qui, sembra, davvero di leggere le parole contenute nella mozione del PdL.

Ma che Futuro e libertà sia, ormai, anni luce lontano dal pensiero comune berlusconiano, emerge nelle conclusioni della mozione, laddove i parlamentari di Fini scrivono che “l’esecutivo… è doppiamente responsabile rispetto alle violazioni da parte della Rai dei princìpi di correttezza, completezza e imparzialità dell’informazione. Il Governo infatti, come controparte contrattuale è garante del diritto all’informazione dei cittadini, e d’altra parte, come titolare della quasi totalità del capitale di Rai – Radiotelevisione Italiana s.p.a è tenuto a vigilare sull’inadempimento dei contenuti del contratto di servizio da parte dell’azienda, viste le conseguenze economiche delle relative sanzioni”.

Muovendo da queste conclusioni, peraltro, i finiani chiedono al Governo del quale, sino all’altro giorno, hanno fatto parte di “modificare lo schema di contratto di servizio tra Ministero dello sviluppo economico e Rai – Radiotelevisione Italiana s.p.a. per il periodo 1o gennaio 2010-31 dicembre 2012, recependo le indicazioni contenute nel parere della Commissione parlamentare di indirizzo e vigilanza dei servizi radio-televisivi del 9 giugno 2010 – in particolare per quanto attiene alla definizione degli indicatori di verifica della qualità dell’informazione – e adottando specifici e tempestivi strumenti di controllo sull’adempimento da parte della concessionaria degli obblighi del contratto di servizio, e più in generale degli atti di indirizzo parlamentare”.

Analoghe le considerazioni e conclusioni contenute nelle altre mozioni. Parole sante, quelle di tutti.

Peccato, solo, che a pronunciarle siano gli stessi responsabili – chi in misura maggiore e chi in misura minore – che hanno contribuite a rendere la Rai terreno di quelle lottizzazioni e spartizioni partitiche più che politiche che, ora, dicono di non volere e di non gradire.

Peccato solo che la circostanza che la concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo non sia in grado di garantire l’indipenza, veridicità e libertà dell’informazione non possa che essere addebitata agli stessi firmatari delle sagge e dotte mozioni appena presentate al Parlamento.
Di chi è la colpa se l’informazione pubblica è, ormai da anni, asservita alle esigenze di partito? Di chi è la responsabilità se pluralismo dell’informazione, in Italia, fa rima, nella migliore delle ipotesi con lottizzazione e spartizione delle poltrone di direttore di rete e Tg?
Dei cittadini onesti che avrebbero voluto ed avuto diritto ad un’informazione davvero pluralista o, piuttosto, dei Lorsignori del Palazzo che, da destra a sinistra, hanno precluso che questa legittima aspirazione corrispondesse alla realtà?

L’On. Cicchitto, braccio armato del nostro Premier che si rammarica della mancanza di pluralismo nella Tv di Stato e cerca, goffamente di remixare i numeri in modo da far apparire che il povero PdL sia stato tenuto ai margini del piccolo schermo, offre un’immagine quasi iconoclasta dell’ipocrisia politica.

Gli uomini di Fini, sino a ieri, fieri membri del Governo Berlusconi, oggi imputano, proprio al Governo, la doppia responsabilità per l’incapacità della Rai di mantenere fede ai propri impegni ed alla propria missione di servizio pubblico, quasi che “ieri” non fosse esistito e le responsabilità potessero concentrarsi tutte nelle ultime ore di vita del Governo.

L’opposizione, incapace persino di proporre il nominativo di un candidato alla carica di Consigliere dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, a seguito delle dimissioni del Dr. Innocenzi, Consigliere Agcom non proprio “imparziale”, sembra voler giocare – ma solo giocare – a fare la “prima della classe” senza, tuttavia, averne né numeri né le capacità.

Leggere le cinque mozioni e, probabilmente, assistere al dibattito parlamentare che, nei prossimi giorni, si aprirà sul loro contenuto, significa, davvero, partire per un viaggio oltre il comune senso del pudore.