La televisione italiana è uno specchio. Ma come direbbero i miei studenti con il loro beffardo cinismo romanesco Ma de che? Tra format importati e replicati da altre tv del mondo, tra le fiction che ora-va-molto-il-remake (cioè prendiamo un bel film del cinema italiano classico e rifacciamolo tipo macinato, che va giù senza fatica e senza rischi) e le fiction sui papi e sui santi, le TV generaliste (Rai e Mediaset) hanno perso milioni di spettatori. Hanno puntato sul sicuro, sui vecchi e sui bambini che a casa ci stanno (e dove scappano?). Hanno scommesso sull’Auditel, e hanno perso, perché purtroppo il pubblico delle TV generaliste è in gran parte un pubblico anziano, che ad un certo punto (ma questo l’Auditel l’aveva tenuto nascosto ai nostri dirigenti televisivi) tende a scomparire. A non presentarsi più davanti all’apparecchio.

Insomma, a parte quella dozzina di programmi critici e intelligenti che tutti conosciamo, tutto il resto ha smesso da tempo di essere uno specchio del nostro paese.

E invece no. Perché non siamo noi che guardiamo la tv, ma è la tv che guarda noi. Questa è la grande invenzione dell’Auditel. E questo spiega anche il Tg di Minzolini, o le centinaia di trasmissioni di Vespa e colleghi sui vari casi di Cogne, Avetrana, etc.

La TV italiana è lo specchio in cui la famiglia italiana si guarda, è lo specchio del suo solipsismo. Se avete dubbi in proposito, provate ad andare in qualche scuola, parlate con i professori. Fatevi raccontare cosa succede quando improvvisamente queste famiglie, che non sanno nulla neanche dei propri figli, scoprono che la scuola, questa entità a cui accompagnavano i figli quando erano piccoli, questo edificio in cui ad un certo punto i genitori hanno smesso di entrare, dove si suppone l’esistenza di docenti con cui non hanno mai interloquito… insomma questa entità astratta, ha osato bocciare il loro virgulto. Fatevi raccontare di queste famiglie imbufalite, sottratte con la violenza e l’inganno al loro specchio amato specchio, che irrompono nei corridoi di scuola chiedendo a gran voce giustizia, e minacciando ritorsioni orribili verso bidelli, professori e presidi fedifraghi. Ecco, è anche per questo che la scuola è finita. Questo è il tema profondo del mio film, l’impossibilità di uscire da un universo rappresentativo dove esiste solo la famiglia. Lo sapete chi se n’è accorto, tra tanti critici di professione che l’hanno, bene o male, recensito? Uno solo, e guarda caso non è italiano. Natasha Senjanovic. Molti critici italiani, che forse non hanno figli o non sono mai entrati in scuole che non fossero per i figli della loro schiatta borghese, hanno pontificato sulle esagerazioni del film. Fanno parte anche loro di chi non vuole vedere, ma farsi guardare?