Nei giorni della crisi di governo, mentre la stella di Berlusconi declina e nuovi scenari si prospettano all’orizzonte, il più fidato alleato del Popolo della libertà, la Lega, entra nei libri di storia. O meglio, in un libro che, sebbene scritto da un sociologo, è un manuale di storia contemporanea a tutti gli effetti: La rivincita del Nord – La Lega dalla contestazione al governo (Laterza, 18 euro), di Roberto Biorcio, docente di Scienza politica alla facoltà di Sociologia dell’università di Milano-Bicocca, che di quel partito è osservatore puntuale e attento fin dagli esordi.

Fa un certo effetto constatare che oggi la Lega è il partito italiano insediato da più tempo in Parlamento: c’era prima di Berlusconi e, con tutta probabilità, ci sarà dopo di lui. Con quali obiettivi? E, soprattutto, con quali alleanze? Il saggio di Biorcio non può, ovviamente, prevederlo. Ma può aiutare, sulla scorta del cammino percorso fin qui dalla Lega, a immaginare la strada che la Lega potrà imboccare nel futuro prossimo.

Osserva Biorcio che fra gli anni Ottanta e oggi la Lega è avanzata per successive ondate, cogliendo nell’aria, e cavalcando con decisione diversi temi. La prima ondata fu alla fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, quando (allora Lega Lombarda) inventò, di fatto, l’antipolitica trasformando la protesta etnoregionalista comune ad altri movimenti localistici, in una battaglia popolare contro la partitocrazia romana. Un’intuizione che alle Regionali del 1990 fruttò in Lombardia al Carroccio il 18,9 per cento dei voti e il posto di secondo partito nella regione più popolosa e produttiva d’Italia. Voti che aumentarono ulteriormente (24,3 per cento sempre in Lombardia) alle politiche del ’92, anno di Tangentopoli e data di morte della prima Repubblica. Le ragioni della crisi politica erano molteplici, ma solo il vasto consenso elettorale raccolto dal partito di Bossi riuscì ad aggregare lo scontento e la protesta in modo da minare in profondità le basi del consenso di massa ai partiti che avevano governato l’Italia nel secondo dopoguerra, come ha osservato anche un altro esperto di Lega, Ilvio Diamanti.

L’ascesa del Carroccio si ferma bruscamente nel 1994, quando alleandosi con Berlusconi conquista una vasta rappresentanza parlamentare e diversi ministeri, ma perde buona parte dell’elettorato potenziale a vantaggio di Forza Italia. Il rischio, per la Lega, è di diventare subalterna al partito di Berlusconi, che ha fatto propri molti temi del cahier de dolhéances del Carroccio (tasse, burocrazia, assistenzialismo). Dunque Bossi decide di rompere l’alleanza votando la fiducia al governo Dini con il centrosinistra.

All’ormai celebre «ribaltone» segue un calo elettorale alle Regionali del 1995. Ma, subito dopo, la riscossa alle politiche del 1996, quando la Lega balza al 20,5 per cento nelle regioni del Nord e al 10,1 a livello nazionale: la seconda ondata.

Che cos’era successo? «Che nella campagna elettorale la Lega aveva accentuato e radicalizzato gli elementi distintivi della sua identità politica» risponde Biorcio, «esasperando sia la retorica populista sia il separatismo e l’indipendentismo». Era l’epoca in cui Bossi attaccava destra e sinistra, sparando contro «Roma-Polo» e «Roma-Ulivo», anche se gli strali più feroci erano riservati a Berlusconi, ma sempre in chiave Nord/Sud. Il centrosinistra, invece, veniva attaccato sul terreno dello scontro fra élite e popolo. Non a caso è in quel periodo che la Lega registra un corposo afflusso di voti da «elettori che si riconoscevano personalmente su posizioni di sinistra».

Il successo elettorale del 1996 non si traduce però in conquista politica: i voti del Carroccio non sono necessari al centro sinistra per formare il governo e non sufficienti al centro destra per conquistare la maggioranza. Per uscire dall’impasse Bossi ricorre allora a quella che Biorcio battezza efficacemente come «L’invenzione della Padania». Il federalismo viene abbandonato a vantaggio dell’independentismo, vengono creati i simboli e i rituali di un vero stato, un parlamento, un governo provvisorio. Per accentuare la propria diversità rispetto a tutte le altre forze politiche italiane, al Parlamento europeo la Lega arriva a votare contro l’introduzione dell’euro. Ma anche contro l’orientamento degli italiani, che accolgono con favore la moneta unica. E alle elezioni del 1999 arriva la batosta: dal 10,1 la Lega scende, a livello nazionale, al 4,5 per cento. Una nuova alleanza con il centrodestra pare, a quel punto, inevitabile.

La nuova intesa fra Bossi e Berlusconi non produce per lungo tempo sensibili risultati: nel 2001 la Casa delle libertà vince le elezioni, ma la Lega non supera la soglia del 4 per cento. È in quel periodo, però, che alcune tematiche leghiste riescono a permeare la politica nazionale (nel 2002 viene varata la legge Bossi-Fini per regolare in modo restrittivo i flussi migratori), mentre ad altri temi chiave (la lotta alla partitocrazia) viene messa la sordina. Il Carroccio sembra «normalizzarsi» nell’ambito della Casa delle libertà. Dall’independentismo e dalle minacce di secessione, la Lega si sposta verso un obiettivo più abbordabile e, soprattutto, molto più popolare: il federalismo.

Ma le elezioni de 2006 non premiano il low profile. È tornando ad argomenti forti e gridati che la Lega recupera voti e potere in quella che Biorcio identifica come la terza ondata: l’emergenza sicurezza e la battaglia contro Islam e gli immigrati.

La preoccupazione per l’aumento della criminalità non trova conferma nelle statistiche sulla sicurezza. Ma le stesse statistiche che indicano un calo, negli anni Duemila rispetto agli anni Novanta, per divise tipologie di delitti (omicidi, scippi, furti), rilevano una forte crescita della preoccupazione per la criminalità, considerata, nel rapporto Istat del 2008, come uno dei problemi prioritari da più della metà (58 per cento) degli italiani, superata solo dal problema della disoccupazione (70 per cento). Dalla paura per la criminalità alla paura per gli immigrati criminali il passo è breve. «La propaganda leghista ha ridefinito il disagio e l’insicurezza popolare ricollegandoli alla presenza degli immigrati» scrive Biorcio. A livello locale la Lega moltiplica le iniziative di protesta contro la presenza di immigrati e Rom e favorisce la nascita delle famigerate ronde. Intanto si muove su un altro fronte, quello contro l’islam e in difesa delle radici cristiane.

E dopo oltre dieci anni di risultati elettorali deludenti, alle politiche del 2008 la Lega quasi raddoppia i voti del 2006. Alle regionali del 2010, poi, il Carroccio si rafforza ulteriormente conquistando la guida del Veneto e del Piemonte. Fin qui, seppure per grandi linee, la storia. Ma che cosa insegna l’evoluzione e il successo del Carroccio? E come si muoverà negli incerti scenari dell’immediato futuro? Resterà fedele all’alleanza con Berlusconi? Procederà in splendido isolamento? Corteggerà il centro sinistra, almeno per portare a casa il tanto agognato federalismo?

La forza di Bossi, spiega Biorcio, è stata quella di rifiutare, a differenza di An, qualunque ipotesi di confluenza nel nuovo partito, il Pdl, lanciato da Berlusconi alla vigilia delle politiche del 2008. «È stata molto vantaggiosa per il Carroccio la possibilità di presentarsi come unico alleato del Pdl nelle regioni del Nord» continua «perché ha aumentato la visibilità della sua proposta politica e i suoi tratti distintivi». Stando al Governo, poi, e con dei ministeri importanti come quello degli Interni, «la Lega ha accresciuto il suo peso politico facendo accettare all’intera coalizione alcuni dei temi su cui più si era impegnata negli ultimi anni, in particolare le proposte di riforma federalista dello Stato e le sue posizioni sul binomio sicurezza/ immigrazione».

Ma ora la situazione sta precipitando. La grande maggioranza che garantiva alla Lega potere e visibilità è saltata. I temi a lei cari, soprattutto quelli in materia di immigrazione, sono fortemente messi in discussione non solo da sinistra ma anche dagli ex alleati di Futuro e Libertà oltre che dal centro di Rutelli e Casini. «In caso di nuove elezioni la Lega manterrebbe con tutta probabilità i suoi voti al Nord» dice Biorcio. «Ma rischierebbe di rimanere stritolata dalla troppo rapida deflagrazione del berlusconismo». Perché Berlusconi è stata la vera carta vincente del Carroccio, il passepartout per entrare nella stanza dei bottoni e, insieme, il cavallo di Troia per veicolare a livello nazionale valori e tematiche locali. C’è da immaginare, quindi, che Bossi farà di tutto per tenere in vita Berlusconi e quel che resta del Pdl. «Da un lento decadimento del berlusconismo la Lega avrebbe solo da guadagnare, sia perché potrebbe chiedere e ottenere di più, sia perché pescherebbe nel suo elettorato» conclude Biorcio. «Ma il crollo improvviso dell’idolo potrebbe travolgerla. Soprattutto se all’orizzonte se ne proponesse uno nuovo. Non a caso Luca di Montezemolo rende così nervoso Bossi e i suoi ministri».