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La lenta agonia dei dimenticati di Eutelia

Altri 6mila in cassa integrazione ed è guerra con i pochi che lavorano

Troppo stanchi per salire su una gru come gli immigrati di Brescia, ma non per odiarsi a vicenda: i lavoratori di Eutelia, un anno dopo l’esplosione della crisi (pilotata) che li ha colpiti, sono ridotti ai minimi termini. Delle oltre 10 mila persone che facevano parte del gruppo Omega, solo 373 hanno conservato il loro posto di lavoro. È notizia di pochi giorni fa che anche i 6 mila dipendenti di Phonemedia, il grande call center comprato da Omega nel 2009 ora in fallimento, sono entrati in cassintegrazione senza prospettive di reintegro. Anche Libeccio, la holding che dalla sede di Londra controllava Omega, è fallita. Dentro quel che resta di Eutelia, invece, lavorano ancora 450 persone, terrorizzate dall’ipotesi che il destino degli ex colleghi di Agile possa tornare sulle loro spalle, come prevederebbe la legge visto che la cessione dell’ex ramo d’azienda di Eutelia è stata dichiarata illegittima. Ma a decidere sarà, il 15 dicembre, il Tribunale di Arezzo.

Le aziende da spolpare
Tredici mesi fa, il 14 ottobre 2009, il Fatto Quotidiano ha rivelato le operazioni del gruppo Omega, l’azienda di Claudio Marcello Massa e Antonangelo Liori. Compravano a costo zero società indebitate e in difficoltà – questa l’accusa dei magistrati – per lasciarle poi fallire dopo averle spolpate, liberandosi dei dipendenti e dei costi connessi, incluse le liquidazioni. Secondo la Procura di Milano, che ha arrestato i vertici di Omega (ancora in carcere), l’obiettivo era quello di approfittare delle commesse già ottenute, intascando i ricavi prima di dover far fronte a costi e debiti. Un’operazione che valeva milioni di euro, visto che Agile incassava ogni mese anticipi e rate da clienti importanti, quali ministeri e Regioni, che avevano comprato i suoi servizi informatici. Il tutto senza badare al costo degli stipendi dei lavoratori (che, senza troppe spiegazioni, semplicemente non venivano più pagati).

Che i proprietari di Omega non avessero a cuore la sorte dei loro dipendenti è risultato ancora più chiaro da un’intercettazione del 10 luglio 2009: se fallisce Agile “io continuo ad avere la mia macchina, il mio autista, il mio elicottero, la mia villa… tutto uguale e loro non hanno più lavoro. Questa è la storia”, diceva Antonangelo Liori al fratello Sebastiano, prima di finire in carcere per bancarotta fraudolenta. Come lui restano reclusi, in attesa della prima udienza del processo milanese fissata per dicembre, anche l’ex tesoriere di Omega Marco Fenu e gli ex membri del consiglio di amministrazione Pio Piccini e Riccardo Camalleri. Se la passano un po’ meglio sul versante Eutelia: l’ex amministratore Isacco Landi e l’ex presidente Leonardo Pizzichi hanno ottenuto gli arresti domiciliari, mentre il fondatore Samuele Landi resta latitante a Dubai (spesso visitato dalla moglie che fa la spola tra gli Emirati Arabi e Arezzo).

Le promesse della politica
All’inizio sembravano coinvolti solo i duemila dipendenti di Agile, ma le dimensioni della faccenda hanno assunto presto ben altra portata. Per un po’, soprattutto da quando Samuele Landi ha fatto irruzione nella sede romana di Eutelia per sgomberarla dagli occupanti (coltello tra i denti e cappellino col teschio), ne hanno parlato tutti. Per lo “scandalo Eutelia” si sono spesi i politici più in vista, dal presidente della Camera Gianfranco Fini al leader Idv Antonio Di Pietro, che ai cassintegrati in protesta fuori da Montecitorio diceva: “Viene voglia di far saltare il Palazzo”. Poi è arrivata l’amministrazione straordinaria sia per Eutelia che per Agile-Omega, i lavoratori si sono stancati di occupare le piazze del potere capitolino e ai politici la faccenda è passata di mente. “Se vedi Di Pietro digli che siamo col sedere per terra e il cerino in mano”, si sfogano in una sede romana della Fiom-Cgil i cassintegrati (che da un anno prendono tra i 750 e i 950 euro al mese). Ma nessuno dei 373 che ancora lavorano si presenta all’incontro con Il Fatto.

Il gruppo dei diecimila si è diviso in fazioni: chi un impiego ancora ce l’ha e chi no, chi vuole tornare nell’azienda madre, cioè Eutelia, e chi combatte perché non succeda. Chi vuole parlare di futuro e chi urla perché sia chiaro, inequivocabile, che “non abbiamo nessun progetto di vita, nessuna opzione. Dobbiamo stare zitti sennò penseranno tutti che ci siamo sistemati”. È questa la protesta che interrompe Gloriana, il cui volto con l’anonima maschera bianca di plastica è stato più volte simbolo della protesta di Eutelia, mentre racconta che sta cercando di aprire un agriturismo. “Sono un tecnico informatico ma potrei fare l’olio d’oliva”, dice. “Taci! Ti ho detto di tacere! Vuoi che se ne freghino di noi, ancora di più?”, la zittiscono.

La guerra civile in ufficio
La situazione della sede Eutelia di via Bona è la sintesi delle fratture: al primo piano i dipendenti Agile, al terzo quelli di Eutelia. “Il secondo è vuoto così non s’incontrano e non si prendono a botte”, spiegano al Fatto i dipendenti che lì ci lavorano. Chi cerca una tregua (“Non parlare così, i rapporti tra di noi sono buoni, facciamo squadra”) fa infuriare la signora Adriana Guidotti. Occhi chiari, capelli biondi e trent’anni di esperienza, Adriana lavorava già in Eutelia quando ancora si chiamava Bull: “Io non sono un’ipocrita, perché dobbiamo dire bugie? Mi sono rotta di sentire balle”. Lavoratori che odiano i lavoratori e non solo: “Basta con tutti quelli che se ne fregano di noi. I nostri amministratori straordinari e i ministeri che ci hanno incrinato le spalle a furia di pacche si stanno coprendo il culo. Ma per noi non fanno proprio niente”. Dopo oltre un anno di cassa integrazione a 750 euro al mese, le donne di Agile, molte monoreddito e con figli, guardano alla loro azienda che solo tredici mesi fa portava in dote 150 milioni di euro di commesse: “Studiate un po’ i bilanci. I milioni in portafoglio oggi sono solo nove e c’è già chi sconta l’arresto sul divano di casa sua. E novemila di noi sono evaporati”.

Da il Fatto Quotidiano del 24 novembre 2010

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