La guerra per poter schierare il simbolo del Pdl, vale a dire di un partito che è riuscito a governare appena due anni prima di sfaldarsi (cioè, una roba che non dovrebbe essere facilmente vendibile all’elettorato), e senza un immaginario politico né strutture locali ben definite, è solo l’ultima delle battaglie che vede coinvolte le effigi con cui i partiti si presentano agli elettori.

La guerra dei simboli, lo sa bene Gianfranco Rotondi, ministro “all’Attuazione del Programma”, non porta però voti. Per capirlo basta vedere chi sono oggi i detentori dei quattro simboli storici della Prima Repubblica, quelli considerati in grado di spostare frotte di cittadini votanti.

Lo “scudocrociato” della Dc oggi è appannaggio di Giuseppe Pizza, Sottosegretario di Stato all’Istruzione, Università e Ricerca Scientifica, dopo un accordo elettorale con Berlusconi (che ne ha giustamente soppresso il simbolo imbarcandolo nella corazzata del Pdl). Lo “scudo” viene però conservato nel simbolo dell’Udc di Casini (5,6% alle ultime politiche).
Il “garofano” socialista
, è invece del Partito Socialista di Saverio Zavettieri, ultimamente posizionato con i “Socialisti Uniti – Psi” di Bobo Craxi, ben fuori dalle competizioni elettorali nazionali.

La “fiamma Tricolore”, simbolo degli arditi della Grande Guerra, è della Fondazione di An, anche se una diversa effige della “fiamma” è proprietà della “Destra Nazionale – Fiamma Tricolore” di Luca Romagnoli, che alle ultime politiche si è associato con “la Destra” di Francesco Storace, rimanendo fuori dal Parlamento.
La “falce e martello” è, invece, stata cancellata dagli stessi eredi del Pci. Alle ultime politiche, infatti, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e Sinistra Democratica si presentarono con il simbolo Arcobaleno, finendo sotto lo sbarramento. Non andò meglio ai tre partiti, che certo vantavano meno appeal elettorale, di Sinistra Critica, Alternativa Comunista e Partito Comunista dei Lavoratori: la somma delle loro percentuali superò appena l’1% alla Camera.

Insomma, i simboli, anche quelli con un passato glorioso, non richiamano più gli elettori di un tempo.
Per fare un esempio più vicino a noi, basta andare a spulciare nelle confuse elezioni piemontesi (ancora sub iudice) per scoprire che quella che, a prima vista, poteva sembrare una “lista civetta”, i “Verdi-Verdi” che hanno per simbolo un orsetto che saluta, hanno ottenuto più del doppio dei consensi dei Verdi originali: 33.411 voti contro i 14.575 del simbolo storico.

Di solito, d’altronde, la battaglia per il simbolo prelude a quella per l’eredità materiale del partito. E solo di rimborso elettorale il Pdl ha un bottino di oltre 206 milioni di euro, le cui rate verranno erogate ancora per i due prossimi anni.