Ad Angri, una cittadella schiacciata tra la ridondante costa amalfitana e l’entroterra metropolitano partenopeo divelto & devastato oltre l’inimmaginabile, si è miracolosamente conclusa la sesta edizione di Corto O Globo film festival, dedito & dedicato ai futuri giovani talenti, si spera non a futura memoria, promesse di riscatto dal cinema italiotto dirotto & diroccato come del resto tutto il resto.

Nella sezione Nuovi Percorsi il primo premio è stato attribuito a Alessandra Ondeggia con il suo Terre al Margine Wasted. Mentre nella sezione Sguardi d’Autore un ex equo tra Usù di Mimmo Mancini e Se ci dobbiamo andare andiamoci di Vito Palmieri, ha risolto l’impasse tra il verdetto della giuria popolare e quella tecnica la quale, pur facendone parte, non mi ha voluto accontentare premiando Francesco Filippi con il suo surreale Home, la storia di una sexy ragazza che, entrata fisicamente in un computer, inavvertitamente si cancella…

Tra i corti fuori concorso speciale menzione va al documentario La valle delle Ferriere di Gianfranco de Biasi, compresa l’intervista all’esperto di percorsi amalfitani Ugo Cappuccio; lo stupefacente Biancaneve e i sette nani di Alessandra Marra, un corto ispirato all’omonima fiaba che l’autrice ha riadattato anche per il suo libro E morirono felici e contenti; Pompei di Daniele Santonicola e Giovanni d’Amaro – uno spot ben confezionato & sponsorizzato dal Ministero per i Beni e le attività Culturali – entrambi angritani doc dei quali, compresi tutti i suesposti, sentiremo riparlare sul Fatto on line.

Terre al Margine Wasted è un flash sulla solitudine di un uomo s/perduto in un non luogo metropolitano, metafora di una qualunque metropoli che Alessandra Ondeggia ci restituisce con la spietata durezza del film The Road di John Hillcoat, dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy. Tengo a puntualizzare che la trentenne regista pugliese che però parla l’inglese come l’italiano, non avendo letto il libro né visto il film tratto dallo scrittore premio Pulitzer 2007, non ne è stata affatto ispirata.

Usù di Mimmo Mancini, definito “poesia pura” da Claudio Gubitosi fondatore & art director del Giffoni film festival, è uno squisito ritratto interpretato dallo stesso regista e cioè dall’ extraordinario Mimmo Mancini, che in soli 17 minuti riesce a regalarci un poetico ed esilarante affresco sul trattamento della malattia mentale post basagliana, in memoria a Franco Basaglia che le attuali istituzioni non hanno nemmeno voluto prendere in considerazione.

Se ci dobbiamo andare andiamoci di Vito Palmieri, aiuto regista di Mimmo Mancini, è un assai ben diretto saggio sul come due giovani di sesso opposto e di origini culturali diverse, possano trovare la via dell’integrazione tra diversi, opposti, emarginati, extra comunitari & non – una delicata supposta dedicata alla Lega padana & post padana e chi più ne ha più ne metta.

Due dei vincitori, Mancini e Ondeggia, sono pugliesi a dimostrazione della vitalità del giovine cinema pugliese, che da sette/otto anni sta rivitalizzando l’esangue e/o mortifero cinema italiotto morto a Roma ormai da troppo. Senza contare il fatto che proprio in questi giorni la Puglia Film Commision dell’omonima Regione, sta ospitando numerose locations di grandi produzioni e via discorrendo.

Impossibile chiudere questo post senza nominare il direttore del Corto O Globo Andrea Recussi, assistito da un giovanissimo staff ben coadiuvato da Alessandro Ceneri che, con l’ausilio di Gianfranco de Biasi, ha bellamente selezionato circa 300 film. Prova che di giovani talenti italiani il nostro cinema potrebbe contare su molti, se solo i vecchi & giovani babbioni che lo intasano da decenni, si decidessero a mettersi finalmente da parte, insieme & contemporaneamente.