Non era mia intenzione scrivere su un blog italiano delle elezioni giordane, ma dopo aver visto un servizio del Corriere delle Sera, mi sono sentito costretto a parlarne. L’articolo doveva informare sulle elezioni giordane invece, stranamente, finiva per parlare del compleanno della regina Rania.

È un vero peccato leggere questi commenti banali e superficiali, soprattutto quando vengono da un paese che crede nella democrazia come l’Italia. Avrei voluto vedere quantomeno una presentazione storica e politica del paese per comprendere il contesto nel quale si sono svolte le votazioni del 2010. Quindi, mi sento costretto ad illustrare al lettore italiano la storia politica che – purtroppo – anche tanti giordani oggi ignorano. Mi limiterò a citare alcuni esempi degli anni ’50 e ’60 per sottolineare addirittura la decadenza democratica in un paese che fino ad allora rappresentava un terreno fertile per costruire il modello più brillante di democrazia in medioriente.

Quando il Re Talal nel 1952 decise che il modello di governo più adatto era quello della monarchia costituzionale, i giordani votarono direttamente per il loro governo. Si notava allora una forte presenza di partiti politici, agende politiche e soprattutto ideologie. Le forze politiche dominanti erano quelle socialiste. Spero di non sorprendervi se vi dico che la società giordana aveva allora una tendenza più laica rispetto a quella contemporanea e che l’influenza islamica era minima. Il frutto di questa politica culminò nel 1956, quando i giordani votarono per il socialista Sulieman al Nabulsi, l’unico premier eletto nella storia del paese. Le preoccupazioni del Re Hussein a quell’epoca erano tante. Le ondate socialiste invadevano la regione, il premier eletto era socialista. A questo punto, il Re decise di sciogliere il governo, arrestare il premier e i suoi ministri e proibire i partiti politici. Nel 1963 ci fu il ritorno alla vita parlamentare senza i partiti politici, ma in quell’anno avvenne un altro evento importante: la votazione per la fiducia al governo di Samir al Rifai – il nonno dell’ attuale premier. Il governo cadde e il Re decise di dissolvere il parlamento. Atto giustificato affermando che questo parlamento non rappresentava più la volontà del popolo giordano.

Nonostante la vita parlamentare in una monarchia assoluta non abbia molta importanza, essa fu interrotta. Il paese fu governato con leggi di emergenza fino al 1989, l’anno in cui è scoppiata la rivoluzione del sud, conosciuta come la Rivoluzione di aprile. Subito dopo, Re Hussein fu costretto a consentire un po’ di spazio democratico, e cosi si ritornò alle urne. La legge elettorale permise a vari personaggi islamici e nazionalisti di entrare in Parlamento e il governo si trovò di fronte ad un’opposizione abbastanza forte. Subito dopo, nel 1993, fu cambiata la legge elettorale, limitandola alla legge del voto unico. Questa legge è stata oggetto di critiche da parte di tutti i riformisti. Lo stato voleva evitare di trovarsi di nuovo di fronte ad un’opposizione feroce.

In Giordania la legge elettorale è una legge temporanea dal 1993, sempre quella del voto unico, che permette al cittadino un voto solo dentro la sua zona geografica. La legge viene anche accusata di essere la vera causa della decadenza del livello del parlamento, perché permette solamente a quelli che hanno un forte radicamento tribale o economico di vincere le elezioni. Specialmente in un paese dove i partiti politici non hanno una vera presenza nello scenario politico giordano. L’unico vero partito è quello dei Fratelli Musulmani, definiti come moderati, che presentano un orientamento assai pacifico.

Il Re Abdullah II, dal momento del suo arrivo al trono ha usato il potere garantito dalla costituzione di dissolvere il parlamento tre volte, in altre parole tutti e tre consigli della sua epoca. Come per le elezioni del 2007, criticate per essere state manipolate. L’ultima tornata elettorale, invece, è stata boicottata dai riformisti e dalla forza politica numero uno: gli islamisti. La causa non è solamente la stessa legge elettorale, ma anche la mancanza di credibilità del governo nel condurre elezioni trasparenti. Invece, il governo ha preferito escludere i riformisti e l’esempio moderato dell’Islam politico, che tra l’altro rappresenta la maggioranza.

La mancanza di una vera volonta’ per la riforma politica ha spinto il governo a non cambiare la legge del voto unico ma solamente a modificarla. L’intera modifica consiste nell’introduzione del sistema delle finte circoscrizioni elettorali, ormai considerato unanimamente l’eliminazione del desiderio popolare di progressivo cambiamento e sviluppo.A malincuore, la sensazione che si registra in queste ore è che le elezioni hanno avuto un chiaro intervento da parte del governo.

L’intervento del governo è avvenuto in due maniere. Una, quella diretta, come testimoniamo i tanti episodi di oggi. Mentre l’altra, indiretta, è consistita nel trucco delle finte circoscrizioni, che fino ad adesso è poco chiaro per quanto riguarda i criteri ed i fondamenti del sistema. Questo sistema presuppone che la circoscrizione elettorale sia divisa in due parti. Mentre il candidato della prima sezione potrebbe vincere con mille voti, per esempio, non basterebbero 80mila voti per il candidato della seconda sezione per poter vincere il seggio. Ed è sulla base di questo fatto che il prezzo delle elezioni, così manipolate, lo sta pagando oggi la società che sta subendo un’ondata feroce di violenza sociale.

Infine, sarebbe stato molto meglio non escludere le forze politiche nazionali, conservando il modello brillante degli islamisti moderati. Infatti, la loro esclusione potrebbe condurre alla loro radicalizzazione, soprattutto ora che l’esempio estremista si sta espandendo facilmente. La riforma politica è, oggi, una vera esigenza, e rimandarla vuol dire peggiorare la situazione; basta una veloce occhiata alla storia politica giordana per capire dove eravamo e dove siamo ora, e cosi non sarebbe difficile prevedere dove saremo domani.