Puntuale come l’esondazione del Seveso appena piove, nel centrosinistra di Milano eccoci ancora una volta alle prese con la querelle “gay sì/gay no”.

Il caso è quello dell’avvocato Giuliano Pisapia, candidato sindaco di Milano che ad una intervista rilasciata a La Stampa ha dichiarato: “Le posizioni eticamente sensibili verranno lasciate fuori dall’agenda di Milano”. In serata arriva una precisazione dello stesso Pisapia, che bacchetta il quotidiano per aver stravolto il senso della sua affermazione. La smentita è dunque arrivata, e questo non può che far piacere e chiudere (almeno per noi) la questione con una stretta di mano.

Sta di fatto, però, che la scivolata del nuovo candidato sindaco qualche perplessità ce la fa venire. Parliamo allora del Pd, quel partito per metà confessionale e per metà confusionale. Proprio quello che, uscito mormorante dalle primarie milanesi perse (come altre primarie, nda), drizza le antenne ad ogni gradino che scricchiola.

Il primo rimprovero arriva con un comunicato congiunto di Ivan Scalfarotto e Aurelio Mancuso, che sottolineano in rosso proprio l’espressione “eticamente sensibili”, ormai talmente inflazionata in politichese da spacciarla per corretta. E come dar loro torto? Ormai l’espressione è sinonimo di “tabù”, considerato ormai poco attraente per una tribuna politica. Via il “tabù”, quindi, e benvenuto “tema eticamente sensibile”, ma la sostanza non cambia affatto, siamo fermi lì.

Le parole sono importanti, per dirla alla Nanni Moretti, quindi varrebbe sempre la pena di soppesarle per bene prima, piuttosto che correre a mettere le pezze poi. Ma tant’è, questa volta c’aveva ragione il piddì (meglio: Scalfarotto e Mancuso, perché non tutto il Pd sta con loro) e quindi bene si è fatto a redarguire e bene si è fatto a rettificare.

Ci torna alla mente, però, un episodio. Verso la fine di settembre e alla Festa democratica di Milano veniva presentato proprio il nuovo libro di Ivan Scalfarotto, In nessun paese, e noi c’eravamo. Sala piena e tanti ospiti, tra i quali Pippo Civati (assieme a Matteo Renzi, tra i cosiddetti “rottamatori”) e Giovanna Melandri (più volte ministro, una che insomma c’era, c’è e vien da pensare che ci sarà ancora). Scalfarotto scalda il pubblico e il cuore parlando dell’importanza delle politiche a favore di gay, lesbiche e transessuali e soprattutto del matrimonio anche per le persone dello stesso sesso. Evviva, almeno uno, ogni tanto!

Il microfono passa poi a Civati, che brillantemente si dichiara, per le coppie gay, favorevole all’adozione di – parole sue – una forma di unione civile all’europea. Un grande punto di domanda si disegna sopra le nostre teste, il sopracciglio ci si solleva, le dita cominciano a tamburellare nervosamente sulle ginocchia. Più di una volta abbiamo sentito Civati definire l’omosessualità una “scelta” e dire che il suo problema è che non vuole per i gay qualcosa che si chiami “matrimonio”.

Viene il turno della Melandri che, tra una digressione e l’altra, bella carica, si schiera sì per i matrimoni gay, ma attenzione, forse – suggerisce, con fare maternamente esperto – sarebbe il caso di fare le cose per gradi, prima le unioni civili (quelle all’europea? Alla Civati?) e poi arrivare con calma al matrimonio, perché si rischia di non arrivare da nessuna parte volendo tutto e subito. Tutto e subito, Melandri? Nel 2010?

Sul palco c’erano un partito, tre persone e tre posizioni diverse (senza teorie; diverse e basta), espresse da persone tutte derivanti da una stessa area politica (l’area, diciamo così, laica-riformista ex DS), è stata quindi una fortuna che sul palco non vi fosse qualche esponente dell’altra area, altrimenti chissà, avremmo avuto forse da annotare una soluzione numero quattro, cinque, sei… Ma la posizione del Pd, qual è? Sembra non pervenuta.

Questo, insieme a quello di Pisapia (ma potremmo aggiungere Fassino, Bersani, lo stesso Vendola, come abbiamo già evidenziato qui) non è altro che un episodio, ma esemplificativo di una sinistra (e soprattutto del maggior partito di opposizione, a volerla chiamare così) che, nel dubbio un po’ su tutto, finisce col fare dell’immobilismo la sua vocazione. Non ultimo, la sinistra in senso lato ha ancora tanto da lavorare sul suo vocabolario umano e civile, prima di esser pronta ad un confronto ad armi pari con una destra e dei poteri confessionali che, tra mille difetti, hanno un pregio: sulle loro convinzioni sono chiari, brutalmente chiari.

Servono coordinate, latitudini precise.

Quali? Beh, anzitutto l’uso delle parole. “matrimonio” non è “coppia di fatto” (termine schifoso lessicalmente e linguisticamente!), “duemiladieci” non è “tutto e subito”, così come l’espressione “tema etico” nasconde strisciante l’equazione con l’offesa al pubblico sentire, e noi non siamo nemmeno quello. Noi siamo quelli che stanno ancora lottando per avere qualche segnale di civiltà, che in Italia l’orologio batta finalmente l’ora di oggi; siamo quelli discriminati, picchiati, violentati, uccisi, senza che ci sia uno straccio di legge di tutela. Se la cosa non fosse ancora chiara: noi siamo quelli veramente offesi. Moralmente, psicologicamente, politicamente, pubblicamente e fisicamente.

Quindi, per cortesia, non dateci dei temi etici. Dateci dei rompiscatole, magari, ma non dei temi etici. E non prendetevela, se poi ce la prendiamo, perchè la popolazione omosessuale italiana è l’unica, oggi, trattata in modo del tutto non etico.

di Gabriele Strazio e Matteo Winkler