All’indomani delle motivazioni della sentenza d’appello che lo ha condannato a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, il Tg1 concede a Marcello Dell’Utri lo spazio di un’intervista per spiegare la sua versione dei fatti. Dopo un servizio di ricostruzione della vicenda, il braccio destro di Berlusconi nella ascesa di Publitalia ribatte alle accuse e dice di confidare nella Cassazione. “Illazioni”, dice Dell’Utri, le ricostruzioni dei pentiti che hanno raccontato di incontri negli uffici di Publitalia tra lo stesso Dell’Utri, Berlusconi e boss della mafia del calibro di Stefano Bontate. E di Mangano, il “fattore” di Arcore – “stalliere no, si sarebbe offeso” dice: “Quando lo abbiamo assunto non sapevamo niente”. Non sapeva che era mafioso, chiede l’intervistatrice. “No, mica portava il distintivo”.

Peccato che Dell’Utri ometta di ricordare – come riportato al contrario nelle motivazioni della sentenza – l’ormai famigerata intercettazione telefonica in cui discute con Berlusconi la responsabilità dell’attentato alla villa di Via Rovani dello stesso Berlusconi, in cui i due ridono ipotizzando sulla responsabilità nell’attentato del “fattore”.

Ecco cosa scrivono i giudici:

“In occasione infatti di intercettazioni telefoniche effettuate nel 1986 a seguito di un altro attentato commesso il 28 novembre ai danni della medesima villa, era emerso che il Berlusconi ed il Dell’Utri avevano attribuito l’attentato del 1975 proprio al Mangano, inizialmente sospettato anche della nuova azione criminale prima che si accertasse che il predetto era invece da anni detenuto”.