“E’ vero ho incontrato Rosario Di Dio (boss sorvegliato speciale ndr) presso la sua pompa di benzina in campagna elettorale, ma non ho mai preso soldi dalla mafia”. Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia, respinge ogni accusa di vicinanza a Cosa nostra e parla del sistema di rapporti che lo ha portato a governare la Sicilia. Un sistema in cui – secondo il presidente della Regione, indagato dalla procura di Catania per un presunto concorso in associazione mafiosa – sarebbe normale trovare un posto di lavoro al figlio di un boss “caduto in disgrazia”, incontrare un arrestato per mafia o discutere di questioni elettorali con il portavoce del boss di Enna, Raffaele Bevilacqua, consigliere provinciale Dc, “che – dichiara Lombardo – conosco da tempo”. Tutto avviene in conferenza stampa davanti a decine di telecamere, in diretta satellitare a palazzo D’Orleans, sede della Regione.

Secondo la procura di Catania il leader del Mpa avrebbe intrattenuto rapporti con la criminalità organizzata per poterne ricavare soldi e voti per il suo partito. “Non ho mai preso fondi dal crimine per finanziare mie campagne elettorali. La mafia semmai i soldi li prende, non li dà”. Lombardo fa riferimento alle dichiarazioni del boss Vincenzo Ajello che agli inquirenti ha dichiarato: “Non scordatevelo che gli ho dato i soldi nostri, quelli del Pigno, glieli ho dati a lui per la campagna elettorale”. Ma Lombardo nella sua lunga conferenza fa anche delle mezze ammissioni: “Forse qualche mano di troppo l’ho stretta e gli incontri che ho avuto con alcune delle persone che sono entrate nell’inchiesta sono stati casuali e non voluti”.

Incontri, strette di mano, che il governatore, definisce oggi, incautamente, “solo di natura politica”. Incontri a rischio come quelli avuti da Lombardo con Rosario Di Dio, boss catanese al quale il presidente avrebbe chiesto, in passato un appoggio elettorale quando Di Dio era sindaco di Castel di Judica. “Di Dio è stato un consigliere comunale e assessore, per qualche mese sindaco del piccolo comune in provincia di Catania a cavallo tra il ‘91 e il ’92“, ha spiegato Lombardo: “Io l’ho incontrato in quanto assessore agli Enti locali e come altri sindaci veniva a sollecitare misure per lo sblocco di concorsi fermi da tempo. Certamente conobbi in quelle settimane il signor Di Dio”. Incontro che secondo i magistrati, però, sarebbe avvenuto nella casa di Di Dio, secondo Lombardo invece sarebbe avvenuto nella pompa di benzina gestita dalla famiglia del mafioso.

Poi Raffaele Lombardo si martirizza “in questa inchiesta – continua – ci sono capi di Cosa Nostra, loro adepti, c’e’ di tutto, ma il condannato sono io”. “Condanna – secondo il politico – che arriva perché il suo partito non è alleato con il premier”. Fa riferimento poi a un processo mediatico al quale sarebbe stato sottoposto e cita il Tg1 di Minzolini, il settimanale Panorama e, non si capisce per quali motivi, La Repubblica di Ezio Mauro.

In realtà presso la procura di Catania sono in corso gli interrogatori dei cinquanta arrestati e la posizione del presidente è in corso di valutazione.

di Antonio Condorelli e David Perluigi