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Cronaca | di Redazione Il Fatto Quotidiano | 19 novembre 2010

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“Berlusconi e Cosa Nostra”. Il primo capitolo de “L’Intoccabile, di Peter Gomez e Leo Sisti

Pubblichiamo qui di seguito il primo capitolo del libro di Peter Gomez e Leo Sisti “L’intoccabile. Berlusconi e Cosa Nostra” (edizioni Kaos) nel quale già nel 1997 si ricostruiva la genesi dei rapporti tra Marcello Dell’Utri, il boss Vittorio Mangano e il Cavaliere. Un legame che sembra svilupparsi secondo i canoni classici dei rapporti mafia e impresa. L’imprenditore inizialmente cerca un mediatore e qualcuno che gli garantisca protezione. Poi, nel corso degli anni, la relazione si trasforma. Fino a diventare qualcosa di diverso….

Il Contratto

Quando varcò per la prima volta i cancelli di villa San Martino, ad Arcore, Vittorio Mangano stava per compiere 34 anni. Ormai da qualche mese era abituato a far la spola tra Palermo e Milano, dove divideva un piccolo appartamento con la suocera e il cognato – un operaio dell’Ansaldo impegnato nel movimento sindacale – che tentava sempre di coinvolgerlo in estenuanti discussioni politiche. Tutto quel parlare di lavoratori, di padroni, di comunisti, a Mangano non piaceva. Ma almeno fino alla primavera del 1974, quando si trasferisce con moglie e figlie nella tenuta di Silvio Berlusconi, il giovane boss lo sopporta di buon grado: in fondo, più stava lontano dalla Sicilia e meglio era. Palermo, infatti, gli andava stretta. La questura già nel 1967 lo aveva diffidato come persona pericolosa, e poliziotti e carabinieri da qualche tempo sembravano avercela particolarmente con lui. Nel giro di cinque anni aveva collezionato una lunga serie di denunce, arresti e condanne per reati di ogni tipo. Procedimenti penali per truffa, assegni a vuoto, ricettazione, lesioni volontarie, tentata estorsione, che lo avevano portato in prigione per ben tre volte.

Vittorio Mangano era insomma una testa calda. Ma ci sapeva fare. Per questo Cosa nostra gli aveva messo gli occhi addosso. Gli uomini d’onore lo avevano osservato in silenzio e in silenzio lo avevano visto crescere. Avevano apprezzato la sua capacità di non parlare con gli sbirri, di rispettare gli anziani e le regole del carcere. Nel 1969, all’Ucciardone, Mangano aveva anche conosciuto Gaspare Mutolo, uomo d’onore della famiglia di Partanna Mondello, e da quel giorno aveva preso a frequentare assiduamente la gente di rispetto guadagnandosi la stima e l’amicizia di uno dei tre capi assoluti della mafia dell’epoca: il “principe di Villagrazia’’ Stefano Bontate 1.

Della sua rapida ascesa alla fine si erano resi conto anche gli investigatori della Squadra mobile di Palermo, che il 26 ottobre del 1972 lo avevano fermato su un’auto mentre era in compagnia di Gioacchino Mafara, trafficante di droga e «indiziato mafioso». Mangano voleva emergere. Non si considerava un semplice criminale. Sentiva di poter fare e valere molto di più. Nonostante avesse abbandonato gli studi al terzo anno di perito industriale, era ambizioso e puntava in alto: all’élite non solo della delinquenza, ma anche della società civile.

Ricorda Francesco Scrima, il cugino del capo della famiglia mafiosa di Porta Nuova Pippo Calò della quale proprio Mangano nel 1993 verrà nominato reggente: «Vittorio aveva un carattere particolare… Un carattere che definirei conviviale. Amava i bei vestiti e i modi raffinati». Per questo l’Onorata società – su presentazione di uno dei maggiori contrabbandieri di sigarette e di droga dell’epoca, Nicola Milano – lo aveva ammesso proprio nel clan di Calò e Tommaso Buscetta, decidendo quasi subito di utilizzarlo per tenere i contatti con gli industriali e gli imprenditori del nord. Questo almeno è il parere espresso dal giudice Paolo Borsellino nel corso di un’intervista televisiva concessa nel maggio 1992, 48 ore prima della strage di Capaci. Quel giorno, seduto nel suo appartamento palermitano di via Cilea, Borsellino spiega al giornalista francese Fabrizio Calvi: «Nell’ambito di Cosa nostra Mangano era una delle poche persone in grado di gestire rapporti con gli ambienti industriali» 2.

Ma anche nella mafia la strada che porta al successo è lunga e disseminata di ostacoli. E quando Vittorio Mangano riesce ad approdare alla corte del trentasettenne Silvio Berlusconi, si rende conto che la sua vita è a una svolta. Da quel momento per lui niente sarà come prima. La cronaca dell’arrivo di Mangano ad Arcore e delle reali mansioni che è stato chiamato a svolgere è ricca di misteri, ambiguità e contraddizioni. Su un solo punto testimoni e protagonisti sono tutti concordi: Mangano è legato al braccio destro di Berlusconi, Marcello Dell’Utri, palermitano come lui ma più giovane di un anno.

Il 4 aprile 1995, Mangano racconterà ai magistrati di Palermo: «Io e Marcello ci siamo conosciuti tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, quando lui gestiva la squadra di calcio della Bacigalupo all’Arenella. Dal nostro incontro casuale nacque un rapporto di conoscenza. Dell’Utri venne così a sapere che ero esperto di bestiame e di cavalli. Tre o quattro anni dopo mi telefonò per propormi un lavoro nella villa di Berlusconi». Ufficialmente, il giovane boss si trova così a dirigere «l’azienda agricola e la società ippica di cui Berlusconi era titolare». «Mi occupavo un po’ di tutto», dice, «dalla compravendita alla doma, all’addestramento dei cavalli, fino a quando non iniziavano a gareggiare. Con l’aiuto di alcuni artieri ho così allenato decine di puledri per volta… Vedevo Berlusconi ogni giorno e avevo con lui gli ordinari rapporti tra titolare e impiegato. Ero totalmente libero nel mio lavoro perché sia Berlusconi che Dell’Utri non s’intendevano di cavalli. Dell’Utri, che abitava nella villa di Berlusconi, mi veniva a trovare spesso nelle scuderie e a poco a poco io gli ho insegnato a montare».

Ma in villa Vittorio Mangano ricopre anche altri incarichi, molto più delicati. Per i coniugi Carla e Silvio Berlusconi avere in casa quell’uomo alto, forte, gentile, dai tratti del viso vagamente mediorientali, rappresenta una sicurezza. L’ombra della sua figura che passeggia nel parco tenendo al guinzaglio sei mastini napoletani sembra essere in grado di scoraggiare qualsiasi malintenzionato. E di malintenzionati in quegli anni ce ne sono davvero tanti. A partire dal 1972, la Lombardia deve fare i conti con una drammatica escalation di sequestri di persona: in provincia di Milano, dai 3 rapimenti del 1973 si è passati a 10 soltanto nei primi mesi del 1974. Chiunque sia ricco – e Berlusconi lo è – teme per sé e per i propri cari.

Vittorio però è anche disposto ad alzarsi tutte le mattine di buon’ora per accompagnare a scuola e all’asilo Marina e Piersilvio, i rampolli del padrone di casa. Tra i ragazzi di Berlusconi e le due prime figlie di Mangano – Loredana e Cinzia – nasce anzi una vera e propria amicizia. Il piccolo Piersilvio adora il fattore siciliano che lo chiama con il nomignolo di Dudù, mentre Marina grazie alle sue lezioni impara subito a montare a cavallo. Tanta dedizione viene ricompensata con grande generosi-tà: «Berlusconi mi retribuiva con la somma di 500.000 lire al mese. La paga comprendeva l’uso dell’abitazione di via San Martino per me e per la mia famiglia». È un salario da favola. Mangano se ne rende conto benissimo. Visitato da due medici del Tribunale, il 27 luglio 1996, il boss affermerà: «Nel 1972 lo stipendio di un magistrato era di 100 mila lire… Io prendevo cinque volte tanto e a un certo punto le cinquecentomila lire al mese sono diventate un milione!» 3. Insomma, fatti i debiti calcoli è facile accorgersi come Mangano guadagnasse, ai valori odierni, più di 8 milioni mensili.

Anche per questo Vittorio e sua moglie, Marianna Imbrociano, conserveranno sempre un ricordo bellissimo degli anni formidabili trascorsi a villa San Martino. E per testimoniare il loro legame con la famiglia Berlusconi, nel 1975 battezzeranno la loro terzogenita Marina, come la figlia di Silvio. Berlusconi e Marcello Dell’Utri saranno invece sempre molto avari di particolari e spesso in contrasto tra loro nel rievocare quel periodo e l’assunzione – definita «casuale» – del pregiudicato Mangano. Interrogato una prima volta nel 1987 dai magistrati di Milano 4, Berlusconi dirà: «Ad Arcore avevo bisogno di un fattore, di uno che si occupasse dei terreni, dei cavalli, degli animali… Chiesi a Dell’Utri, che mi presentò Vittorio Mangano come persona conosciuta da un suo amico: assumerlo fu una mia scelta, su una rosa di nomi che mi vennero prospettati. Non feci indagini preventive perché Mangano mi diede l’idea di una persona a posto e competente… Avevo in animo di impostare un’attività di allevamento di cavalli che poi non fu realizzata». Una circostanza, quest’ultima, di fatto smentita proprio da Dell’Utri, che nel 1996 ai magistrati di Palermo spiega: «Quando Berlusconi acquistò villa Casati c’era una bellissima scuderia con un solo cavallo. Berlusconi decise di farla rivivere acquistando numerosi animali. Questa scuderia ben attrezzata esiste ancora».

Le incongruenze però non finiscono qui. Scavando nel passato, si scopre che la storia di Mangano è davvero molto diversa da quella finora ufficialmente raccontata.

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