Ogni volta che la gestione della cosa pubblica in Italia genera dei precari o delle situazioni instabili appare l’espressione “ope legis”, ovvero un provvedimento-sanatoria “in forza di legge” e non di merito. Sembrerebbe che tutta la discussione sul come risolvere un problema debba passare tra il mandare tutti a casa o imbarcare tutti, vincolando artificiosamente e falsamente il dibattito alla contrapposizione di due fazioni avverse e inconciliabili. Un esempio viene oggi dal dibattito sulla riforma delle università.

In questi mesi, infatti, si è assistito alla crescita del movimento di protesta contro il disegno di legge “Gelmini” di riforma delle Università, giudicato profondamente inadeguato da una larghissima parte dei docenti universitari, dai precari della ricerca, dagli studenti. Chi si oppone oggi al ddl lo fa perché il testo fa finta di proporre una riforma seria (peraltro mai discussa con le parti in causa se non con i rettori) ma contiene interventi aberranti, tra i quali, per esempio, quelli che riducono il diritto allo studio, quelli che stravolgono il governo delle università esautorando gli atenei dalla propria gestione, quelli che individuano strategie che penalizzano in modo particolare i ricercatori strutturati e precari. Il problema dell’esercito dei 50-100.000 precari, sulle cui spalle ricade una parte fondamentale del lavoro di ricerca e una non trascurabile parte della didattica, è gravissimo. Saranno tutti o quasi mandati via, nonostante l’evidenza che senza il loro apporto le università non sarebbero in grado di funzionare.

Tra coloro che protestano ci sono anche i ricercatori universitari, che hanno scelto di rendersi indisponibili a tenere i corsi, cosa che non fa parte delle loro mansioni, mettendo a nudo il fatto che l’Università italiana si è retta per anni sul volontariato di persone che non hanno la docenza tra i propri compiti ma che, di fatto, reggono circa il 40% della didattica su base nazionale.

L’azione di protesta dei ricercatori universitari, che si sono coordinati su base nazionale con la “Rete 29 aprile”, ha comportato in moltissimi atenei il caos: anni accademici rinviati, corsi sovraffollati, docenti sostitutivi reperiti in tutta fretta e spesso inadeguati alla bisogna. Insomma, gli indisponibili hanno svelato d’un colpo il mistero di un’Università che secondo le statistiche internazionali (OCSE per esempio) è già ora gravemente sottofinanziata e a corto di personale, ma che nonostante ciò riesce a fornire un ottimo livello di preparazione agli studenti (a tutto beneficio, purtroppo, dei paesi esteri) e a ben figurare nelle classifiche internazionali di produttività scientifica.

Ed ecco che riappare a questo punto, puntualmente, la parola “ope legis”, utilizzata ad arte come arma nei confronti di chi protesta. Si preferisce screditare chi protesta attribuendo loro (sia ai precari della ricerca che ai ricercatori universitari) la volontà di ottenere un provvedimento di inquadramento in ruolo o di promozione “ope legis” piuttosto che provare a discutere nel merito delle loro proposte di modifica, che non vengono mai neppure citate. I detrattori del movimento degli indisponibili (tra cui l’ineffabile Oscar Giannino) non perdono occasione per ribadire, con grande certezza, che le proposte di riforma di migliaia di ricercatori sarebbero solo un gigantesco specchietto delle allodole: nasconderebbero la difesa dello status quo e la segreta aspirazione ad una promozione “ope legis” generalizzata.

I ricercatori in realtà hanno fatto una scelta diversa, la hanno scritta nei loro documenti e la difendono: vogliono essere valutati. Hanno scelto di vincolare qualunque scelta alla propria valutazione perché sono consci delle proprie capacità e della qualità del proprio lavoro e chiedono che l’università sia riformata con questo criterio di base. Per valutare in condizioni di equità serve però che tutto il sistema funzioni: non si può correre solo su una gamba (l’università) mentre l’altra gamba (il lato governativo) sta ferma. Nel disegno di legge non c’è nulla di tutto ciò, trasformando il possibile riconoscimento del merito in un’altra operazione priva di concretezza.

L’Università va riformata, ma la riforma va condivisa, non calata dall’alto come un destino ineluttabile. Ci sono ora tutti i presupposti perché il dialogo vero di riforma possa essere avviato e concluso in tempi brevi, a patto di scendere dal proprio piedistallo e di pensare in termini costruttivi e non di preconcetti. Gli universitari, a partire dai ricercatori, si parlano, si confrontano e avanzano proposte vere. Si può fare, una riforma condivisa, ma purtroppo manca, per ora, la volontà da parte di chi ha il potere di decidere.