Paradossi italiani. Il partito che con più convinzione persegue il metodo delle primarie è anche quello che le perde regolarmente. Il che è la massima espressione di masochismo, dato che la consultazione viene rivolta innanzitutto ai propri iscritti e secondariamente agli ‘elettori d’area’. È quello che succede al Pd. Che ormai diventa il partito dei Perdenti Designati. Non è facile trovare altrove una tale serie di scivoloni collezionati nelle consultazioni per la designazione dei candidati a una carica pubblica. Il caso milanese è l’ultimo di una serie che fra gli esempi più clamorosi comprende Firenze (dove Renzi è diventato candidato del partito ex post) e la Puglia (dove Vendola ha strapazzato il concorrente dalemiano).

Sono molte le cause. La debolezza dei candidati, e l’incapacità di sostenerli, certo. Ma forse anche la perdita di quell’identità da Partito degli Amministratori Locali che per decenni è stata caratteristica dell’ex Pci. Sentir dire a Bersani che la partecipazione del Pd siciliano alla giunta guidata da Raffaele Lombardo è soltanto ‘una questione locale’, sulla quale i vertici romani non intervengono, fa capire come il ‘partito liquido’ diventi sempre più una struttura in franchising. Incapace di controllare e guidare dal centro i processi che avvengono nelle periferie. Le quali sono ormai il primo fronte d’uno sfaldamento di cui l’afasia del partito nazionale è un riflesso, non certo una causa. Sicché, si continua a designare candidati perdenti per le primarie. Mentre la destra berlusconiana crolla nel marciume, e un’altra destra appena ripulita si prepara a dare la scalata ai vertici della Terza Repubblica. Perdere contro i cadaveri e i loro becchini: che fine ingloriosa.