Quando Francisco Franco venne finalmente chiamato a render conto al tribunale del Signore, fra i cortigiani si levò un’onda di paura: che sarebbe accaduto ora? Chi avrebbe protetto più il loro regno, quell’eden di banchieri “cattolici” e di puttane devote pazientemente costruito anno dopo anno? Mentre il vecchio caudillo agonizzava, cortigiani e banchieri trovarono la soluzione: “Lasciamolo agonizzare”, disse qualcuno. “Facciamolo agonizzare più a lungo che si può. E così avremo il tempo di organizzare la transizione”.

E così fu. L’agonia del tiranno fu spaventosa: tubi e tubicini lo tennero in un’improbabile “vita” per mesi e mesi mentre finanzieri e vescovi organizzavano freneticamente la successione. Le cose poi non andarono per il giusto verso, fra il re improvvisamente democratico e gli operai fin troppo prevedibilmente incazzati (oggi si chiamano Fiom, allora Comisiones Obreras).

L’idea della lunga agonia però non era male, pensano – oggi, in Italia – finanzieri e cortigiani. “Tiriamo in lungo le cose – pensano lor signori – avremo tempo di trovare se non un altro Berlusconi (di quelli la Provvidenza ne manda solo uno per secolo) almeno uno che in qualche modo faccia il suo lavoro essenziale: far pagare la crisi ai maledetti poveri e non ai miliardari innocenti, che saremmo noi”.

Ed ecco perché, se l’economia corre, la politica va a rilento. L’economia va – letteralmente – a rotta di collo, alla marchionesca: produrre male, perdere i mercati uno dopo l’altro (si stanno vendendo la Ferrari, non si sa se ai tedeschi o ai coreani) ma intanto ristrutturare le fabbriche senza contratti fissi e senza sindacato. Pomigliano, Torino, poi altre decine di fabbriche, poi l’Italia intera: e senza opposizione concreta di nessuno, nè a “sinistra” nè a destra, salvo quella – ma forte e dura, e ovviamente ignorata – degli operai.

La politica segue piano piano, con moltissimo fumo e poco arrosto. Chi sarà il successore di Tremonti (il vero primo ministro, se non ve ne siete accorti, al capezzale del Papi lo sta facendo lui)? Il banchiere Draghi, ufficialmente proposto da Scalfari con parole forbite? Tremonti stesso, se Bossi finalmente si decide? Casini, Fini, Montezemolo, Carrero Blanco?

E chi lo sa. Non abbiamo la più pallida idea di quello che si discute in quelle stanze, nè averla ci servirebbe, tanto decidono tutto loro. C’interessa invece moltissimo che cosa si va preparando dalle parti nostre, l’opposizione politica, la sinistra. Qui le cose, se si considera bene, non vanno male.

La sinistra, per cominciare, ha sempre più voglia di essere di sinistra (e capirai, co ‘sta crisi) e non di centrosinistra, di centro o di qualche altra cosa. Un segnale?

Le primarie Pd di Milano, dove ha vinto non Vendola ma Berlinguer: vale a dire il realismo, la nostalgia, il “basta con queste chiacchiere”, il “lavoratori!”, il buon vecchio Pci dei tempi andati.

Nella base Pd questa è una minoranza (e infatti la partecipazione alle primarie è stata abbastanza minore del previsto), ma è la minoranza politica, l’unica che crede ancora nel partito e nella politica in generale (le “opposizioni” dentro il Pd, Chiamparino, Veltroni o il terrificante Renzi, contestano Bersani qualunquisticamente e da destra).

Farà in tempo questa minoranza, avrà la forza di costruire un blocco politico (quello sociale c’è già, ed è la manifestazione Fiom del 16 ottobre) veramente democratico, berlingueriano?

E Vendola, ce la farà Vendola – dacchè il dio dei bambini, come diceva Luca Orlando, l’ha scelto – a essere più di Vendola, a diventare se stesso? Non ci servono i leader, proprio per niente. Servono compagni seri e “quadrati”, collettivi.

Vendola, non per sua colpa, non lo è (io sono ancora impaurito dall’orrenda maniera con cui lui, Fava, Bertinotti e Ferrero riuscirono, fra tutti, a balcanizzare Rifondazione) ma, se dà retta a se stesso, al Vendola reale e non dei media, può diventarlo.

Non l’improbabile leader di un centrosinistra confuso ma il capo di una sinistra organizzata e compatta che ora non c’è e che, col 10-15 per cento di elettorato su cui può contare, diventerebbe l’arbitra della Terza Repubblica, sia al governo che all’opposizione.

Personalmente, per fidarmi di Vendola, ho bisogno di due segnali precisi. Primo, tolga dal suo simbolo quell’orribile “con Vendola” (“con Di Pietro”, “con Beppe Grillo” ecc.) che è leaderistico e perciò di berlusconiano.

Secondo, scarichi pubblicamente il traditore Sansonetti che in Calabria, dopo aver fatto il crumiro e aver licenziato i giornalisti antimafiosi, ora esalta i fascisti e i mafiosi del Boia Chi Molla.

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Infine. Ho molta simpatia per Saviano e quindi lo prego di smetterla di dire cose che dette da un altro sarebbero sciocchezze e dette da lui sono sciocchezze lo stesso.

Mi riferisco a quelle su Peppino Impastato (che non a caso hanno suscitato la reazione, eccessiva, di Umberto Santino) e soprattutto ora su Alfredo Galasso.

Gli addetti ai lavori sanno che le mie relazioni con lui adesso non sono purtroppo delle migliori, ma ciò non toglie che Alfredo Galasso sia stato uno degli eroi dell’antimafia, in momenti in cui c’erano pochi applausi e molta solitudine, e che presentarlo (come in sostanza ha fatto Saviano) come uno della “fabbrica del fango” sia irresponsabile, ingiusto e profondamente sbagliato. Io, fossi in Saviano, presenterei le mie scuse. Ma anche Saviano, forse, deve ancora imparare a diventare completamente Saviano.

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