Ieri sera la mia amica Marzia, commentando una nota che avevo pubblicato sulla mia pagina Facebook, ha scritto “Roberto Saviano dice stasera ciò che scrivesti tu a me qualche tempo fa. Che non era normale chiedere un diritto come se fosse un favore e non era normale sgomitare per un posto di lavoro e non era normale superare chi è più bravo di te. Sai, ho detto: sta Citando Angela“. Marzia, come tantissimi altri amici, stava guardando la seconda puntata di “Vieni via con me” e ascoltando il monologo di Roberto Saviano aveva ripensato ad una delle nostre “chiacchierate” sulla scelta di “restare” o di “andare”, come ho fatto io. Premetto che non ho letto il libro di Roberto Saviano ma che sono grata a lui e a chiunque scriva, parli, discuta in maniera seria di mafia, camorra e ‘ndrangheta anche mettendo a repentaglio la propria incolumità. Sono stata grata a Giancarlo Siani. Sono grata a Rosaria Capacchione come a Bruno De Stefano e a tutti, davvero tutti, coloro che non cedono il passo al silenzio. Non ho letto il libro di Saviano per scelta (e, ovviamente, le scelte possono essere profondamente sbagliate) perché mi avrebbe fatto male, e sia chiaro, mi avrebbe fatto male perché vero e non perché falso. Non ho mai smesso, però, un solo istante di sentirmi ancora un’italiana perbene e una persona che rifiuta profondamente il “sistema mafia” considerandolo come il peggiore cancro che si possa provare, finora senza successo a combattere.

Quando Marzia mi ha detto che Roberto Saviano diceva ciò che io stessa le avevo detto tempo prima ho ripensato a un giorno di tanti anni fa. Ero una studentessa all’Istituto Universitario di Napoli, una facoltà prestigiosa, ed ero profondamente innamorata, con quell’atteggiamento un po’ naive che mi contraddistingue da sempre, di quella città che era la mia casa. Mentre camminavo fui scippata. Con un braccio sanguinante andai in Questura. Feci la denuncia e sopportai male l’atteggiamento di sufficienza con cui fui trattata. Qualche giorno dopo, mentre facevo la fila per andare in mensa, fui avvicinata da un giovanotto che era conosciuto nel quartiere per essere agli “arresti domiciliari”. Mi consegnò un sacchetto con dentro tutto ciò che c’era nella mia borsa e mi disse “la prossima volta vieni da me che io non voglio fastidi con la polizia e se uno denuncia uno scippo nella mia zona quelli vengono da me”. Io avevo 19 anni e forse credevo ancora a Babbo Natale e non risposi nulla cercando solo di controllare la mia paura. Quel giorno ho capito cosa sono la mafia e la camorra e la ‘ndrangheta. Sono qualcosa che tu accetti o combatti ogni santissimo giorno con ogni santissimo gesto. Sono un modo di vivere di cui puoi essere complice o avversario. L’indifferenza non è ammessa.

Anni dopo, sono stata supplente all’Istituto Alberghiero e fui assegnata ad una quinta classe: tutti maschi. Quando entrai ero terrorizzata come quel giorno con il tizio che mi restituì il “maltolto”. Erano 19 ragazzi tutti provenienti da Secondigliano, Scampia e Quartieri Spagnoli. Come dire dall’inferno. Con loro ho conosciuto fino in fondo cosa significhi vivere a “Gomorra” e sopravvivere. Attraverso le loro vite di “semi reclusi” che, dopo la scuola, una volta tornati a casa non potevano più uscire “perché professore’ se non spacci o non ti fai, è meglio che non esci”. I “miei ragazzi” mi insegnarono, in pochi mesi, che si può non essere complici e si può scegliere e io provai, a mia volta, ad incoraggiarli e sostenerli in quel loro percorso. “La sera che morì mio padre, mi raccontò uno di loro, una persona che conoscevo bene mi venne vicino e mi disse che non dovevo preoccuparmi di nulla perché ci avrebbero pensato “loro” a me e alla mia famiglia. Io ero stordito dal dolore e avevo 15 anni ma qualche girono dopo sono tornato a scuola e anche se vedo gli altri della mia età con le macchine e i motorini e i bei vestiti, io so che mio padre oggi sarebbe orgoglioso di me”.

Quando mi hanno rubato la Vespa che adoravo e mi hanno chiesto il “cavallo di ritorno” (ti contattano e ti propongono di riacquistarla a un “buon prezzo”), piangendo ho detto no. Non ho più potuto comprarmi una Vespa finché non me l’ha regalata mio padre.

La mafia, la camorra, la ‘ndrangheta non sopravvivono solo perché sono società ben costruite e collaudate. Sopravvivono perché poggiano sulla connivenza dei cittadini perbene che pensano di non poter fare nulla per cambiare. La connivenza di chi chiede una “raccomandazione” pure per un posto all’ospedale; di chi chiama “l’amico” per non pagare una multa; di chi usa i mezzi di trasporto senza biglietto; di chi non fa la raccolta differenziata; di chi vede e fa finta di non vedere; di chi pensa che a Secondigliano, a Scampia, nei Quartieri Spagnoli bisognerebbe radere tutto al suolo, ignari che lì vive chi sopravvive e resiste tutti i giorni come i “miei ragazzi” dicendo no mentre sarebbe facilissimo dire sì.

Se tempo fa ho detto ciò che Roberto Saviano ha detto ieri sera è perché l’ho imparato dai “miei ragazzi” e dalla loro Gomorra. A volte, però, vorrei che si parlasse di loro. Di loro che resistono e che sono invisibili.

Vorrei anche che, avere una copia del libro di Saviano sul comodino, non sia un sonnifero per le coscienze. Comprare il libro fa bene alla casa editrice ma non danneggia la mafia. Leggere il libro e agire, anche con un piccolo cambiamento nella propria quotidianeita’, ecco cosa puo’ davvero dare senso all’impegno di chi quotidianamente combatte la mafia.

E, soprattutto, la lotta alla mafia non dovrebbe essere un “fatto” di una parte politica contrapposta all’altra. Da anti berlusconiana dico che non vorrei che si omologassero la giusta e sacrosanta critica al premier con la difesa ad oltranza di Saviano. “Gomorra” esisteva prima ed esisterà, ahimè dopo se si resta conniventi di un sistema che, certo, la politica protegge. Per questo, più che mai, soprattutto in regioni come la Campania, la Calabria e la Sicilia i candidati, di qualsiasi schieramento, dovrebbero avere un passato (e un presente) cristallino e senza ombre. Perché da qualche parte bisogna pur iniziare per sperare davvero di cambiare e per dare speranza ai “miei ragazzi” e senso a chi come Saviano ha svegliato molti da un sonno profondo.