Sarkozy a colloquio col premier Fillon

Come dimenticare il primo Nicolas Sarkozy, che nel 2007, dopo la sua elezione, nominò un governo con alcuni ministri provenienti dalla società civile, in odore più o meno di sinistra, e dal mondo dell’immigrazione? Come dimenticare il primo Nicolas Sarkozy, che prendeva le distanze dal suo stesso partito, l’Ump, erede del gollismo più tradizionalista e retrogrado? Come dimenticare quel Nicolas Sarkozy, agli occhi dell’Europa, l’immagine di una destra moderna, possibilmente nuova? Ecco, quel Sarkozy li’, dimentichiamolo pure. Perché il nuovo governo da lui costituito riflette il ritorno del presidente nel cortile della propria famiglia politica, a una destra pura e dura.

Il premier è rimasto lo stesso, François Fillon, faccia rassicurante da democristiano, fin dagli inizi la concessione inevitabile di Sarkozy al sistema. Ma se si guarda alla composizione dell’esecutivo, le cose, rispetto a quello precedente, sono cambiate, eccome. Innanzitutto se ne è uscito Jean-Louis Borloo. Già ministro dell’ecologia, era dato come possibile nuovo premier. Personaggio alla mano, non un politico di professione (originariamente avvocato, che fece rinascere in qualità di sindaco la disastrata città di Valenciennes, nel Nord profondo), Borloo non fa parte dell’Ump, ma di un piccolo partito di centro, quello radicale. La sua nomina avrebbe rappresentato una «svolta sociale» per Sarkozy. Borloo ha detto che «ora vuole riprendere la sua libertà di parola». L’obiettivo, guidare un polo centrista alternativo all’Ump.

Nel nuovo governo sono spariti pure i ministri dell’«ouverture», l’apertura voluta da Sarkozy verso orizzonti diversi dal recinto neogollista. Se ne va Bernard Kouchner, già socialista e alle origini fondatore di Medici senza frontiere: Sarkozy lo aveva voluto come ministro degli Esteri, ma ormai era diventato una marionetta nelle mani dei consiglieri del presidente. Se ne va Fadela Amara, di origini algerine, puro prodotto della periferia parigina, già alla guida di «Ni putes, ni soumises», movimento di emancipazione delle figlie dell’immigrazione: era diventata sottosegretario alla politica urbana. Se ne va pure Rama Yade, di origini senegalesi, già sottosegretario ai diritti umani e poi allo sport, una giovane donna senza peli sulla lingua, sempre in testa nei sondaggi sulla popolarità dei componenti del governo. Ma diventata troppo scomoda.

Rientra invece, come ministro della Difesa, uno dei «baroni» della destra francese, Alain Juppé, condannato dalla giustizia francese per essere stato nel passato un elemento chiave del finanziamento occulto dell’Ump. Sarà uno dei rappresentanti più influenti dell’esecutivo, assieme a Michèle Alliot-Marie, che ha appena sostituito Kouchner agli Esteri. Una carriera all’ombra dell’ex presidente Jacques Chirac, la Alliot-Marie, al pari di Juppé, non è mai stata apprezzata da Sarkozy, che, pero’, con la nuova virata a destra, non puo’ fare a meno di questi politici della vecchia guardia. Come non puo’ rinunciare a Brice Hortefeux, invece amico da una vita del presidente. E che viene mantenuto all’Interno, assorbendo inoltre la competenza sull’immigrazione. Hortefeux è stato l’anima della caccia ai rom innescata dal presidente durante l’estate. E nel giugno scorso è stato condannato in primo grado per «ingiuria razziale» (riguardo ai «beurs», come vengono chiamati familiarmente gli immigrati di origini arabe, aveva detto che «quando ce n’è uno, va bene. E’ quando ce ne sono troppi, che vengono fuori i problemi »). Altra novità del governo Fillon III: l’energia viene separata dall’ecologia, come chiedeva da tempo la lobby nuclearista francese, che non voleva più dover confrontarsi con le esigenze ambientaliste nella gestione dell’atomo.

Insomma, Sarkozy fa l’occhiolino all’elettorato di destra, in vista delle presidenzali del 2012 (e mentre il Fronte nazionale di Le Pen si rafforza). Strategia vincente? Non è sicuro. Un sondaggio della radio Europe 1, realizzato online, ha appena indicato che il 64% dei francesi non ritiene che il nuovo esecutivo possa portare avanti una politica «che risponda alle loro attese».