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I Baustelle tornano al passato: il gruppo toscano è infatti di nuovo nei negozi di dischi con “Sussidiario”, cd che uscì nel 2000 per l’etichetta “Baracca e burattini”, divenuto introvabile – ne furono stampate sole mille copie – e ora disponibile in versione arricchita (Warner music). Fu un album fortunato, quello, che non lasciò traccia presso il grande pubblico, ma che si guadagnò importanti riconoscimenti e consacrò la nascita dello “stile Baustelle”.
Abbiamo incontrato Francesco Bianconi, leader storico della band.

Perché avete deciso di ripubblicare “Sussidiario”?
Per accontentare i fan, che ce lo chiedevano. E’ stato come riaprire i cassetti. Un bel tuffo nel passato, emozionante, senza rimpianti. Ma non è solo una semplice riproposizione, perché l’insieme contiene il primo demo registrato in cassetta nel ’96, un 45 giri, la ristampa rimasterizzata del cd, e un libretto di 24 pagine con la grafica di Alessandro Baronciani.

Cosa è cambiato da allora?
Per quanto mi riguarda – per l’approccio, la composizione – mi diverto come allora; forse s’è persa innocenza e purezza, ma che intendiamo con queste parole? Con il tempo il suono è diventato più orchestrale, ma se all’epoca avessimo potuto, magari avremmo fatto tutto come in “Amen e “Mistici dell’occidente“. Ma proprio in questo risiede la bellezza di “Sussidiario”: è un disco molto naif, ci sono errori, è inciso dal vivo; ma alcune imperfezioni che si sentono, possono essere secondo me un piacevole valore aggiunto. Alla fine, credo sia un prodotto vincente, sfrontato. Abbiamo fatto un bel disco a vent’anni, quando sapevamo suonare poco e avevamo pochi soldi.

Come è cambiato lo scenario musicale?
E’ più vecchio il mondo e i dischi non si vendono più. Il panorama è peggiorato. Prima c’era entusiasmo, ora molte  band sono scoraggiate; giustamente. Se nessuno ti dà fiducia, è inevitabile. Ma anche se ti disinteressi della mancata promozione e in un atto di fideismo metti i pezzi su Myspace  (l’espediente disperato di molti validi gruppi emergenti) la possibilità di arrivare al grande pubblico è pari a zero. Devi avere le idee chiare, non farti illusioni: inutile sperare di diventare famosi nel mondo. La  modernità telematica crea prospettive drogate. Non può essere internet a determinare la validità di una band.

Come se ne esce?

Non so. Forse – i politici dovrebbero farlo – promuovendo l’idea che la musica è un prodotto. Ha un prezzo perché possiede un valore culturale e economico. Enciclopedicamente è bellissimo che esista una diffusione della conoscenza. Ma senza progettualità l’industria muore, le etichette vanno in crisi e lo stesso vale per gli indipendenti. Si può pagare anche poco, un brano, ma lo si deve pagare.

Avete mai pensato di proporvi sul mercato estero?
Ci abbiamo pensato con “Mistici dell’occidente”. Ma io non saprei fare l’adattamento di un mio testo. Comunque sono scettico sul princìpio di  piegarsi alla dittatura della lingua inglese allo scopo di essere universali. Vale l’esempio di Paolo Conte: meglio avere successo all’estero come strani animali esotici italiani, piuttosto che mascherati da americani. Il problema è la credibilità: in una canzone devi sentire che c’è la verità, oppure una menzogna detta benissimo..

Hai scritto canzoni per vari artisti. Con chi vorresti ancora collaborare?
Tanti: per esempio Patty Pravo, Mina, Celentano, la Vanoni, Milva.. Ma mi piacciono anche Arisa, Malika Ayane…

Tutti interpreti “pop”…
Bisogna credere nei miracoli, e io prendo il mestiere d’autore come una sfida. Non sarebbe utile che scrivessi una canzone per Cristina Donà (ndr: artista indie italiana), per esempio; ma così, lavorando per interpreti celebri, da classifica, possiamo sentire alla radio le cose che non sentiamo mai. Non sai quanti mi hanno scritto, dopo Sanremo: “Irene Grandi mi lasciava indifferente ma tu me l’hai fatta piacere” (Francesco Bianconi ha scritto “La cometa di Halley” per Irene Grandi, che ha presentato il brano al Festival 2010, ndr). Comunque ci piacerebbe anche scrivere altre colonne sonore: per Sorrentino, Dario Argento…

Qualche tempo fa dicesti che volevi lasciare l’Italia. E ora?
Dissi: “mi sento come uno che vorrebbe andare via” e feci una sparata su Berlusconi. Ma era una provocazione. Mi piacerebbe lo dicesse chi ha più visibilità dei Baustelle. Ma non me ne vado: lo amo, questo paese, e mi spiace che lo stiano pugnalando. Gli intellettuali devono prendere posizione. La politica mi interessa, sono tutto fuorché un qualunquista; mi considero militante e credo sia importante esserlo.  Non so quanto la caduta del governo possa salvarci dalla cultura berlusconiana, ormai attecchita in profondità. E c’è pericolo di una deriva reazionaria: se si va alle elezioni vince comunque la destra. Non vedo alternative altrove. Ma Niki Vendola potrebbe suonare in una band. Niki and the Vendolas…(ride)”

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