25 luglio (1943) o 16 ottobre (2010)? Ossia l’alternativa tra la manovra di Palazzo e la mobilitazione democratica, quale modalità di fuoriuscita da un regime dittatoriale personalistico che ha portato l’Italia alla catastrofe. Situazione da classico copione: una prima volta tragica, la seconda pure farsesca.

D’altro canto, segnali fortissimi indicano la probabilità che, ancora una volta, la strada destinata a essere imboccata sarà quella sulla falsariga del Gran Consiglio del Fascismo in cui si determinò la caduta di Benito Mussolini. Con le parti già scritte: Gianfranco Fini in quella del Dino Grandi di Silvio Berlusconi e magari un Beppe Pisanu a fungere da Maresciallo Pietro Badoglio in sedicesimo, messo a capo del nuovo governo provvisorio. Le stelle non vogliano pure la ripetizione del terribile esito finale di quella prima volta: la guerra civile.

Insomma, la politica italiana non riesce ad andare oltre il copione della congiura, con relative operazioni di riciclaggio dei topi che abbandonano la nave che affonda. Del resto è quanto ho appreso conversando proprio con uno degli organizzatori della microscissione dei sedicenti liberali di Casa delle Libertà, guidata dall’ottuagenario Alfredo Biondi: natante di quella flottiglia di transfughi che si affianca al vascello finiano di Futuro e Libertà. Quegli ex, beneficiati ben oltre meriti e capacità dal ventennio berlusconiano, che ora parlano del Cacicco di Arcore in caduta libera con un carico di risentimento da far sembrare mammolette cerchiobottiste gli editorialisti de Il Fatto. Vale per loro la battuta di Alexis de Tocqueville: “dicevano di amare la libertà e invece odiavano solo un padrone”.

Di certo questi biondiani in fuga dal berlusconismo dimenticano che proprio la prima legge ad personam portava la firma di un certo guardasigilli Biondi… In preda alla foga liberatoria arrivano a proporre veri e propri scenari da fantapolitica: lo stop definitivo sarebbe venuto dagli Stati Uniti, stante l’ormai raggiunto esaurimento della pazienza a Washington nei confronti del premier di uno Stato alleato (e ancora strategicamente interessante) che intrattiene rapporti privilegiati con il neosovietico Putin e la mina vagante Gheddafi. Da qui il via libera a Fini, avvenuta nel corso del suo viaggio americano l’estate scorsa.

Tutto può essere. Il punto è che battendo questa strada ci ritroveremo all’ennesimo riciclo della corporazione politica, in assenza di qualsivoglia processo di rigenerazione. Un po’ come capitò quando la questione morale posta da Tangentopoli venne sepolta sotto le chiacchiere della questione istituzionale; il repulisti di ladri e corruttori deviò nella scelta (rivelatasi sostanzialmente innocua) tra maggioritario e proporzionale.

In sostanza, ancora una volta ci salveranno fascisti e loro cloni, rimpannucciati in “post”?

Si risponde: è l’unica soluzione possibile. Ma è proprio vero? Un’alternativa ce l’aveva indicata proprio il 16 ottobre scorso, quando la FIOM portò in piazza un milione di cittadini che reclamavano svolte reali. Sicché, una volta tanto, la “sinistra sociale” riuscì a essere soggetto significativo, in grado di premere sulla “sinistra istituzionale Palazzocentrica” imponendole più alti tassi di coerenza; anticipando nella concretezza della partecipazione popolare democratica il messaggio serio contenuto nel monologo faceto di Roberto Benigni a Vieni via con me: “Berlusconi va battuto politicamente”. Come – del resto – confermerebbero i numeri elettorali, letti senza gli occhiali della corporazione politicante: se si sgela il non-voto l’attuale compagine governativa si riduce a una minoranza. E senza dover imbarcare la trentina di ulteriori saltafossi che – si dice – sarebbero pronti a determinare l’emorragia finale del governo in Parlamento.

Insomma, è possibile che il tirannello venga fatto fuori. Ma tutti i veleni che si sono sparsi nella società e nella politica italiana, di cui il berlusconismo si è nutrito avidamente, come possono essere bonificati? Certamente non nascondendo il problema nei fumi del trasformismo. Perché – va detto – buona parte dell’opposizione a Berlusconi è intimamente berlusconizzata.

Solo un piccolo esempio, di cui ho esperienza diretta: nel febbraio scorso ponevo su Il Fatto cartaceo nove domande al Governatore della mia regione – il PD Claudio Burlando – che si ricandidava alla carica. La prima era quella di essersi fatto pagare la campagna proprio dalle istituzioni che presiedeva. Mi rispose a stretto giro di posta accusandomi di maldicenza. Ieri – sempre su Il Fatto – l’amico Ferruccio Sansa ci informa che la ASL3 di Genova, mentre la Regione annunciava tagli alla sanità, spendeva ben 654mila euro per propagandare la panzana elettorale pro Burlando che il sistema sanitario ligure era stato risanato. Adesso la sentenza dell’Autorità Garante delle Comunicazione dichiara che “l’ASL3 non ha fatto informazione sanitaria ma campagna elettorale”. Dunque qualcuno ha mentito (oltre ad aver consentito/favorito che somme ingenti di denaro fossero dirottate dal curare i malati o acquistare apparecchiature medicali per foraggiare le proprie personali ambizioni).

Liberarsi da Berlusconi non dovrebbe comportare anche la liberazione del costume spudorato della menzogna come arma politica?