Sembrava un piano militare ben congegnato. Circondare il nemico per sfruttare al massimo l’effetto sorpresa. C’è solo una differenza: qui non si tratta di soldati, ma di volontari partiti alla volta della Striscia di Gaza. Senza carri armati, ma alla guida di camion contenenti aiuti umanitari. Viva Palestina, ong inglese, ha organizzato il convoglio di aiuti per i palestinesi di Gaza insieme a volontari provenienti da 30 nazioni diverse, che hanno preso parte alla spedizione. Il convoglio di Viva Palestina è partito da Londra lo scorso 18 settembre e, forte di 370 componenti, ha fatto rotta verso la Striscia. Trentatré giorni dopo, il 21 ottobre, il convoglio è entrato a Gaza, accolto da una folla commossa.

“Porre fine all’assedio”

George Galloway, fondatore di Viva Palestina, aveva definito la spedizione “un piano che mirava a porre fine all’assedio di Gaza”. Un primo convoglio di terra è partito da Londra, attraversano l’Europa continentale per poi arrivare in Siria e entrare a Gaza attraverso l’Egitto. Un secondo convoglio, per mare, è partito da Casablanca, Marocco, e un terzo da Doha, Qatar. Un portavoce dell’organizzazione ha detto: “In passato è successo che siano stati mandati gli aiuti sbagliati. Questa volta, Viva Palestina ha lavorato in contatto con ong palestinesi, che hanno richiesto la merce di cui c’era bisogno. Ogni cosa che è stata portata è stata richiesta da Gaza”.

Il materiale umanitario era composto da medicinali e altri beni di prima necessità. Inoltre, sono stati inviati anche materiali e strumenti edili, per ricostruire una scuola per orfani di guerra e una struttura ostetrica a Beit Hanoum, nord della Striscia. Anche dopo la decisione di Israele di allentare l’embargo vigente sulla merce destinata a Gaza, molti prodotti sono di fatto ancora vietati. Nella lista nera ci sono, tra le altre cose, veicoli a motore, parti di ricambio, e ogni tipo di materiale o strumentazione edile. “Gaza è un campo di prigionia per un milione e mezzo di persone – ha detto il portavoce di Viva Palestina -. Israele sostiene che il materiale edile può essere usato nella fabbricazione di armi, ma questo è chiaramente assurdo”.

Il convoglio londinese ha attraversato Francia, Italia (facendo tappa a Torino, Milano e Bologna), Grecia e Turchia, per poi convergere con gli altri due gruppi sul porto di Latakia, in Siria. Da lì, i camion sono arrivati via mare alla città portuale di Al-Arish, Egitto. In Siria, i volontari sono stati ospitati in un campo per rifugiati palestinesi alle porte di Latakia. Pippa Bartolotti, attivista di Newport, Galles, era tra i 370 che hanno preso parte alla spedizione. Ha raccontato: “Nel campo profughi, abbiamo conosciuto molti palestinesi che possiedono ancora terre e case a Gaza, ma sono in Siria da anni ormai. Alcuni hanno ancora le chiavi della porta di casa.”

Entrati nella prigione

Una volta sbarcati ad Al-Arish, il confine con Gaza è a una quarantina di km via terra. Il 21 ottobre i camion oltrepassano le porte di Rafah – confine ufficiale tra Egitto e la Striscia – ed entrano nella Striscia. Viva Palestina ha descritto il momento come “l’apertura di una breccia”. I convogli sono stati accolti da decine di migliaia di palestinesi che salutavano, gridavano e piangevano al passare dei camion. “Una donna coperta da un velo azzurro sulla testa mi si è scagliata addosso. Non ha detto nulla, mi ha abbracciato e ha pianto,” ha detto Bartolotti.

La sensazione è che gli aiuti siano arrivati appena in tempo. Oltre alle medicine c’erano anche oggetti comuni, come pinzette o carta – altro prodotto ancora sotto embargo. Secondo Bartolotti, il divieto di importare carta ha lo scopo di “uccidere la volontà della gente”. Senza carta, la comunicazione è più dura e la cultura è volatile, impossibile da preservare: “La gente scrive su pezzi di stoffa, o su qualunque cosa trova”.
La situazione dei palestinesi nella Striscia di Gaza è di totale dipendenza da quello che arriva dal mondo esterno. Le industrie sono state distrutte dai bombardamenti. Ci sono macerie ovunque, e per via dell’embargo sui materiali edili, non si può ricostruire o liberare l’area dalle rovine degli edifici. Si vive anche in 25 in una sola stanza. Alcune stanze hanno quattro mura, molte no.

Con il sistema fognario distrutto, le condizioni igieniche sono pessime e il rischio di epidemie è alto. C’è acqua corrente ogni tre giorni, l’elettricità è intermittente e il cibo non basta per tutti: “Siamo stati lì tre giorni. Abbiamo finito cibo e acqua,” ha detto Bartolotti.

Un aereo militare israeliano è sempre di pattuglia nei cieli sopra Gaza. Vola basso e fa un rumore assordante. Secondo le stime delle organizzazioni umanitarie, 1.600 civili sono stati uccisi solo nell’ultimo raid aereo:
“Ogni giorno ci sono nuovi episodi di violenza e aggressione. Le intimidazioni hanno luogo continuamente, con qualcuno che viene ucciso o ferito”. Un giovane palestinese ha detto a Bartolotti: “Vivere qui è pericoloso e fa paura. Dobbiamo combattere solo per un po’ di speranza”.

Il gruppo è rimasto nella Striscia solo per 48 ore. Rimanere più a lungo avrebbe creato seri problemi ai palestinesi – con 300 bocche in più da sfamare. Nessun contatto è avvenuto con le autorità israeliane o palestinesi durante la spedizione, ma gli organizzatori sperano che questo gesto stimoli le reazioni della comunità internazionale, per migliorare le estreme condizioni di vita dei “prigionieri della striscia”.
“La gente di Gaza non ha assolutamente nulla. Non ho idea di come facciano ad andare avanti. Esistono e basta – ha detto Bartolotti -. Il nostro messaggio è che l’assedio è illegale, e nonostante questo, i Paesi del mondo non hanno le palle per fare un bel niente al riguardo.”

Davide Ghilotti