Domenica prossima le forze progressiste milanesi sceglieranno il candidato per le elezioni a sindaco di Milano. Sarà, comunque vada, una bella prova di democrazia. Per la prima volta da quindici ininterrotti anni di dominio della “politica” si sono confrontati quattro esponenti della società civile da sempre schierati culturalmente e socialmente, lasciando giustamente in panchina la troppo screditata politica. Valerio Onida è uno dei migliori esponenti di quella cultura costituzionale di cui abbiamo così tanto bisogno; Giuliano Pisapia è uno stimato avvocato, da sempre schierato con la parte debole della società milanese; Michele Sacerdoti ambientalista è uno storico punto di riferimento dei comitati milanesi; Stefano Boeri è uno degli esponenti in vista della cultura architettonica. E’ un buon segno che persone di questo livello abbiano sentito il bisogno di cimentarsi per la sfida amministrativa, ci dice che la società civile può riappropriarsi di spazi per quindici anni preclusi da una politica che ha oscurato ogni ricchezza culturale.

C’è poi un fatto specifico che rende particolarmente interessante l’esito delle primarie. All’interno del quartetto si confrontano due differenti concezioni della città. Tre dei candidati sostengono che in questi anni Milano è stata sepolta sotto una mostruosa quantità di cemento e di asfalto e che è ora voltare pagina e di anteporre agli interessi speculativi quelli dei cittadini. Onida ha detto in proposito parole molto lucide: si deve voltare pagina e fermare la dissennata corsa ad una cementificazione senza fine e la fase dei progetti calati dall’alto.

Il quarto candidato, Stefano Boeri, non appartiene a questa cultura. Non che non abbia mutato in questi ultimi tempi il suo atteggiamento sul futuro della città, ma perché pesa come un macigno la sua sovraesposizione in questi anni in cui a Milano si è potuto costruire dappertutto. Boeri è stato infatti uno dei più attivi progettisti delle trasformazioni urbane promosse da Hines, Pirelli Re, Ligresti e altri. E’ stato consulente del sindaco Moratti e, pur essendosi dimesso da poco, ha avuto un ruolo chiave nella predisposizione del master plan per l’Expo 2015. Boeri, insomma, è stato uno dei protagonisti della cultura della privatizzazione della città, del predominio degli interessi della proprietà fondiaria, delle grandi opere che ha trionfato in questi anni. Peraltro, come noto, è stato anche progettista delle opere per il G8 alla Maddalena coordinate dall’indimeticabile “Cricca”.

La destra ultra liberista milanese del sindaco Moratti, attraverso la cultura della cancellazione dell’urbanistica, sta perseguendo la costruzione di una nuova Milano per 1.800.000 cittadini, mezzo milione in più degli attuali. Si pensa insomma di tornare agli anni ’70 quando grazie al potente sviluppo industriale la popolazione era arrivata proprio a quel valore. Da allora Milano ha assistito ad una gigantesca chiusura di una miriade di attività produttive ed ha subìto il predominio della speculazione immobiliare pubblica e privata. Oggi che le fabbriche hanno lasciato il posto a ogni tipo di speculazione e i prezzi delle case sono senza controllo (a City life Ligresti vende a 8.500 euro!). Costruire per mezzo milione di nuovi abitanti è dunque un obiettivo folle, dettato soltanto dagli smisurati appetiti della proprietà fondiaria e degli istituti finanziari.

Sembra insomma che nel futuro di Milano ci sia soltanto il sogno del cemento. In assenza di alcuna politica industriale di livello nazionale, tutte le carte del futuro produttivo della grande metropoli, oltre che al settore finanziario e terziario, sono affidate al cemento. In questo senso, nasce la candidatura per ospitare l’Expo internazionale del 2015. Dietro all’ingannevole slogan della “capitale mondiale dell’agricoltura e della sostenibilità” si nasconde solo la devastante cementificazione delle ultime aree libere residue, dei pochi polmoni verdi rimasti. E poi, di quale tutela dell’ambiente può seriamente parlare chi ha permesso che – come a Pioltello e Santa Giulia e tanti altri casi minori – di costruire mostruose speculazioni su un mare di veleni che oggi attenta la salute dei milanesi? Onida, Pisapia e Sacerdoti, hanno le carte in regola per rappresentare una cultura nuova che segni un punto di discontinuità.

Speriamo che l’effervescenza culturale che ha segnato queste settimane milanesi non vada perduta e si avveri il sogno di un grande urbanista come Lodovico Meneghetti, che nel suo recente Promemoria di urbanistica (Politecnica, 2010) dice tra l’atro “avendo assistito al tradimento della mirabile costruzione storica valsa fino alla guerra…. riguardo al problema del verde agrario preteso e tradito dall’Expo proponiamo un nostro modello d’azione utopica come potendo da subito far cessare la colata di materia edile che sta colando dappertutto”. Ecco, Milano ha bisogno di utopia e non di altro cemento.