Abbiamo iniziato a investire nel 1088, a Bologna. Ci sono voluti decenni, parecchi. La seconda la si è aperta nel 1222 a Padova. Poi, nel 1224 inizia a lavorare la Federico II a Napoli. Nel 1350 delle Top 20 del mondo, 13 sono italiane. Hanno alimentato secoli di crescita politica, economica, sociale, artistica del nostro paese, dell’Europa, del Mondo. Nessun ciclo di studi era completo se non era stata fatta una sosta in uno degli atenei italiani. Per secoli e secoli. Oggi possiamo dire Amen. Ce l’abbiamo fatta. C’è da festeggiare. Finalmente. Ci sono voluti decenni di sforzi mirati, di scelte strategiche orientate, di politiche coerenti. Ne è valsa la pena. Ci siamo riusciti. Dopo 912 anni abbiamo rovinato tutto. Come siamo bravi! Abbiamo fatto a pezzi una delle nostre più importanti e preziose invenzioni: l’università.

Suona come una beffa l’articolo 34 del titolo II dei Diritti e Doveri dei Cittadini della Costituzione della Repubblica italiana:

La scuola è aperta a tutti.

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Sarà anche aperta a tutti ma non vale più niente. Nell’elenco dei primi 200 atenei al mondo di università italiane non ce n’è nemmeno una. Zero. L’ultima classifica vedeva ancora la presenza dell’Università di Bologna e della “Sapienza“ Università di Roma. Appena un anno fa.

Il settimanale inglese “THE” (Times Higher Education, costola del quotidiano “The Times” e quindi diventato rivista autonoma) ha appena pubblicato la classifica degli atenei nel mondo. Sono presenti nella lista delle migliori duecento, ottantanove università europee. Noi no. Gli Stati Uniti occupano 72 posti su duecento. L’Inghilterra 29. Ci sono Cambridge e Oxford (seste a pari merito), il Politecnico federale di Zurigo, l’Ecole Politechnique francese, Gottingen e Monaco, il Trinity College irlandese. C’è l’università di Helsinki nella densamente popolata Finlandia, c’è Eindhoven insieme ad altri nove atenei olandesi, l’Università cattolica di Lovanio in Belgio, c’è la Technical University danese, la catalana Barcellona. Al 135° posto, c’è l’Università di Bergen, Norvegia, amena cittadina con  250 mila abitanti. Più o meno la popolazione degli atenei romani… Anche Innsbruck e Vienna sono a catalogo. Noi no. Ci sono istituti cinesi (dieci citazioni) e giapponesi, ma anche di Taiwan, Hong Kong, Singapore e Corea del Sud. Per sette volte c’è il Canada. Due volte l’Australia. C’è l’Università egiziana di Alessandria e la Bilkent University in Turchia, Cape Town in Sudafrica e Auckland in Nuova Zelanda. 

Ai primi cinque posti cinque università americane, Harvard in testa. Per compilare la classifica si è tenuto conto della ricerca prodotta, la qualità della didattica, gli stimoli creati dall’ambiente accademico, il livello di retribuzione di docenti e ricercatori.

Pubblicata la classifica, il coro delle prefiche nazionali si è levato alto e forte. La classifica non è corretta perché i criteri adottati non sono quelli giusti. Se si prendessero altri fattori o combinazioni, permutazioni, coercizioni, attribuzioni e fatturazioni di parametri, pesando in modo saggio e opportuno i fattori, definendo gli attributi in modo appropriato, le università italiane sarebbero ancora in classifica. Ovviamente ce l’hanno con noi. Le classifiche lasciano il tempo che trovano. Dipende come si raccolgono, trattano, elaborano, interpretano le informazioni e i dati. Così canta il coro. Brutta cosa negare la realtà. Pessima cosa l’invidia.

L’università italiana ha finito anche la frutta. Il malato non solo è terminale ma le sue funzioni vitali sono assenti, manca la risposta a stimoli indotti, l’encefalogramma è piatto, le possibilità di ripresa nulle. Quando il quadro è così chiaro e nefasto, si stacca la spina. Dovremmo avere il coraggio di farlo. Quando un Pc si impalla e non c’è verso di andare avanti o indietro, lo si spegni per poi riavviarlo. Dovremmo fare lo stesso. Chiudiamo. Mandiamo in pensione anticipata i docenti di vario ordine e grado, buona parte dei quali dovrebbe comunque già esserci in pensione. Diamo a tutti gli altri un vitalizio. Docenti, ricercatori, associati, funzionari, tecnici e bidelli. Via tutti. Che vivano di rendita. Nel medio-lungo termine ci costerà meno che tenere in piedi un sistema che non forma, non serve, non sostiene la crescita economica, sociale e politica del nostro paese. Poi riavviamo il tutto.

Chi vuole continuare a svolgere questo splendido mestiere si sottoponga alle prove di selezione: criteri nuovi per l’Italia ma comuni altrove, trasparenti, controllati da organismi internazionali. Chiamiamo le Nazioni Unite se è il caso. Nessuna garanzia di impiego a vita se non per quelli, pochi, che per meriti riconosciuti dai loro pari e dalla comunità di appartenenza sono degni dell’onore della cattedra. Gli altri, devono sottoporsi periodicamente a un esame di verifica e di aggiornamento. Se lo superano rimangono. Se non lo passano se ne devono andare. Ci sono tanti mestieri meno impegnativi che richiedono minori responsabilità. La meritocrazia citata nell’articolo 34 della Costituzione deve valere per tutti. Studenti e soprattutto docenti e ricercatori.

Finiamola con gli atenei comunque generalisti. Iniziamo a sviluppare centri di eccellenza veramente eccellenti e specializzati per utilizzare al meglio le risorse. Ricercatori e docenti hanno l’obbligo di andarle a cercare le risorse. Basta con la mungitura automatica e continuata dei fondi pubblici. Se volete attingerci presentate proposte di ricerca, progetti, sottoponetevi a controlli, accettate scadenze. Pochi atenei siano centri di ricerca e gli altri si concentrino sulla didattica. Ripartiamo da zero.

Ricominciamo a gestire in modo corretto fondi e borse di studio per permettere a chi merita di andare avanti, indipendentemente dal reddito familiare o della baronia di appartenenza per diritto di nascita. Vero che negli Stati Uniti le migliori università – poche, davvero poche – costano molto. Vero però che agli studenti migliori viene offerta la possibilità di studiare a costo zero. Spesso ricevono uno stipendio. Gli atenei migliori competono fra loro per averli gli studenti migliori. Non importa da dove vengono. Non importa la nazionalità. I cervelli non fuggono. Vengono attratti. Troppe lauree in Italia oggi sono date a chi ha la fortuna di “nascere bene”. Talento, passione, capacità aiutano ma non sono essenziali. Le nostre non sono più università degli studi. Sono diplomifici più o meno costosi. Non si può andare avanti così.

Non esistono soluzioni facili, indolori o rapide. Anche se forse ci metteremo un’altra volta un paio di secoli per tornare ad avere 13 università nella Top 20, dobbiamo cambiare le cose. Se lo facciamo vivremo un secondo Rinascimento. Nell’economia della conoscenza in cui iniziamo a vivere, l’educazione non è un costo ma un investimento ed è  l’unica strada percorribile per crescere.