Una delle trasmissioni radiofoniche che ascolto più spesso (in podcast) è Speciale Giustizia su Radio Radicale. Al di là delle grida che si levano nelle polemiche politiche, è interessante capire cosa succede davvero nelle aule di Tribunale, perché il termometro di uno Stato di Diritto non sono i principi altisonanti di cui si riempiono la bocca i tromboni, ma l’effettiva applicazione della legge.

Ascoltando Speciale Giustizia è difficile non avvertire una sensazione di lenta decomposizione dello Stato che si diffonde dalle piaghe purulente della giustizia: formalismo vacuo, procedure bizantine, tempo perso in dettagli e ricorsi inutili. Un guazzabuglio creato da un codice di procedura penale nato su un impianto sconnesso e reso schizofrenico da 83 “riforme” successive, varate da Parlamenti con maggioranze sia di destra che di sinistra (Mastella ed Alfano per me pari sono), per impedire ai magistrati di infastidire i potenti.

Trovare un caso limite è per molti versi arduo, perché è la realtà a costituire un caso limite in questo universo kafkiano. Ma il processo per il sequestro e l’omicidio del giornalista Mauro de Mauro, reporter del quotidiano l’Ora (in corso da quattro anni alla Corte D’Assise di Palermo nell’aula bunker dell’Ucciardone) riesce a stupire anche chi si è assuefatto al peggio. Ad un giovane il nome De Mauro forse non evocherà alcun ricordo. Infatti la vicenda risale al settembre del 1970. All’epoca, e per tanti anni a seguire, fu considerato, a ragione, uno degli omicidi eccellenti a cui si dedicavano servizi televisivi, dossier giornalistici, e, si suppone, ingenti risorse investigative, anche se c’è chi ne dubita e punta alla solita catena di depistaggi ed indagini sballate che costella le vicende giudiziarie italiane.

L’indignazione veicolata attraverso l’attenzione mediatica, come diremmo oggi, non produsse risultati di rilievo. Tante ipotesi, occasionali “rivelazioni” di pentiti”, qualche polemica, un mix che ad intervalli irregolari sfocia in un processo. Infatti è la terza volta che si riapre il sipario sul processo De Mauro. Già questi tempi biblici mettono in luce il disfacimento dello Stato di Diritto. Ma c’è dell’altro. L’unico imputato è Totò Riina, non come esecutore materiale, bensì come mandante in quanto ritenuto capo della cosiddetta Cupola che all’epoca gestiva Cosa Nostra (gli altri capimafia coinvolti, Bontate e Badalamenti, sono nel frattempo deceduti). E fin qui uno potrebbe anche far finta che almeno un simulacro di Giustizia sia stato mantenuto. Ma poi impietosamente Radio Radicale ci informa che in questo processo c’è un imputato, ma non c’è il movente (tra l’altro nemmeno il corpo fu mai ritrovato).

In altri termini, dopo 40 anni di indagini e udienze ancora non si sa con ragionevole certezza perché Mauro de Mauro sia stato ucciso, però si processa come mandante Totò Riina (al quale una eventuale condanna in più cambia assai poco), e si passano ore e ore di udienze a cercare di trovare il bandolo di una matassa a volte sfilacciata, a volte spezzata. Vengono fuori dai meandri della memoria nomi tipo Gunnella, Verzotto, Milazzo, Girotti, Dalla Chiesa, in una giostra grottesca di ipotesi che rimbalzano su specchi deformati, tra il golpe Borghese (nella cui Decima Mas De Mauro aveva combattuto durante la Repubblica di Salò) ed il caso Mattei (dopo quasi 50 anni ancora non si è accertato se fu omicidio o disgrazia). Fra poco farà il suo ingresso in scena come testimone anche Massimo Ciancimino che all’epoca dell’omicidio era nella fase di passaggio dai pannolini ai calzoni corti e che quindi potrà solo aggiungere un’altra ridda di ipotesi o notizie di seconda o terza mano.

Sono sicuro che qualche leguleo troverà tutto ciò accettabile e ce ne fornirà le dotte giustificazioni. Forse alcuni riterranno giusto che non ci si arrenda nel cercare la verità su vicende gravissime. Tuttavia trovo avvilente per il senso comune e le istituzioni lo spettacolo di magistrati (e difensori) compunti, in toga, che trascinano udienze ponendo domande ai testimoni senza che si sappia esattamente quali fatti si stia cercando di accertare o quali accuse provare dopo 40 anni.

Sia chiaro che non ce l’ho né con i poliziotti né con i magistrati, spesso vittime anche loro di queste follie, di cui il caso De Mauro è solo un esempio, ma con i successivi governi (e Ministri in particolare) che a partire dal varo del codice Pisapia nel 1988 (Guardasigilli Vassalli), sono riusciti nell’intento di mettere in piedi il peggior sistema giudiziario del mondo civile, ignorando (o fingendo di ignorare) le conseguenze.

Le ripercussioni sul sistema democratico sono state devastanti. Non c’è nulla di peggio dell’impotenza foderata di formalismo per screditare lo Stato di Diritto agli occhi dei cittadini. E quando lo Stato non funziona la gente inizia a sognare l’Unto del Signore che ripari i torti, difenda i deboli, aggiri le istituzioni (percepite come sepolcri imbiancati) e decida per tutti senza orpelli formali. Per questo le tirate sulle toghe rosse, sulla Corte Costituzionale, e anche sul Parlamento, toccano una corda profonda e generano consenso in un elettorato confuso ed esasperato. Per questo un Presidente del Consiglio che chiama “gli sbirri” per far rilasciare, con modi spicci, una persona accusata di furto, spacciandola per la nipote di Mubarak, a noi provoca sdegno, per altri è accettabile e condivisibile, una specie di sberleffo a gendarmi sussieguosi.

Non è un caso che la cosiddetta riforma della Giustizia, uno dei punti cardine su cui la larva dell’attuale governo ha chiesto la fiducia, non affronta nessuno dei nodi che rendono i processi delle interminabili sequenze di vacuità. Processo breve, Lodo Alfano, divieto di intercettare, non solo non rimuovono alcun fattore che produce lungaggini e inefficienze, ma spazzano di colpo quei pochi puntelli che ancora reggono miracolosamente l’edificio semidiroccato della Giustizia.

Lo scopo, inconscio o meno, affidato ad Alfano (sodale di Berlusconi) è ultimare l’opera iniziata da Vassalli (sodale di Craxi) per screditare ulteriormente ciò che rimane della legalità costituzionale. Insomma dal disfacimento dello Stato di Diritto all’avanzato Stato di Putrefazione.