Dopo le dichiarazioni del pm dei minori di Milano Annamaria Fiorillo, che ha contestato la ricostruzione di Roberto Maroni a proposito del “caso Ruby”, il ministro dell’Interno ha dato mandato ai suoi legali di procedere nei confronti del magistrato. Secondo Maroni, le affermazioni della Fiorillo sarebbero «diffamatorie». Fonti del Viminale fanno notare che quanto dichiarato dal ministro alle Camere ricostruendo la vicenda è contenuto anche in un’ordinanza dello stesso Tribunale per i minorenni di Milano.

Appresa la notizia della querela, il pm dei minori Annamaria Fiorillo dichiara: ”Quando uno è ferito si difende”. “Me lo aspettavo, va bene, ne prendo atto”. Secondo Donatella Ferranti, membro in quota Pd della II Commissione giustizia alla Camera, ”più che il ministro dell’Interno, Maroni si sta trasformando nel ministro dalla querela facile. Nel caso specifico non si comprende minimamente quale diffamazione sarebbe addebitabile al pm Annamaria Fiorillo”. “I problemi di funzionamento del ministero – spiega Ferranti – non si risolvono a colpi di querela. Piuttosto Maroni garantisca un funzionamento rispettoso delle regole, del prestigio, dell’autonomia e della professionalità degli uomini delle forze dell’ordine che devono restare lontani da qualsiasi ingerenza arbitraria, anche di chi veste pro tempore alti incarichi istituzionali”.

Questo pomeriggio il pm aveva attaccato il ministro: ”Maroni è andato in Parlamento a calpestare la verità e questo non lo posso permettere”. Fiorillo, che era di turno la notte in cui Ruby venne accompagnata in questura si è rivolta al Csm viste le discrepanze emerse tra la sua versione e le dichiarazioni del ministro Maroni e del procuratore Bruti Liberati. ”Maroni ha insultato tutte le persone oneste – ha dichiarato il pm all’agenzia di stampa Ansa – quando l’ho visto in televisione ho sentito sorgere in me l’indignazione”.

In due interviste a Repubblica e al Messaggero e in un colloquio con il Corriere della Sera, il pm Fiorillo ha ricostruito quanto accaduto nella notte tra il 27 e il 28 maggio. “Quella sera ricevetti almeno sette telefonate, ma non hanno mai avuto il coraggio di dirmi che aveva chiamato Berlusconi”, racconta il magistrato che definisce ”una balla” la notizia sulla presunta mancanza dei posti in comunità. ”Ho parlato con il responsabile del pronto intervento e ho appurato che non era mai stata fatta richiesta”. A quel punto, prosegue, ”ho detto che la ragazza doveva restare in questura fino al mattino. Hanno riposto: non possiamo tenerla in camera di sicurezza. Che non è vero. Ho risposto che potevano tenerla su una delle poltrone degli uffici”. Mai concesso quindi l’affidamento a Nicole Minetti, che ”mi venne presentata come consigliera presidenziale, una carica che non avevo mai sentito prima”.