Così, ieri, dopo l’inevitabile can can mediatico dell’attesa sul programma di Fazio e Saviano, l’evento televisivo si è appalesato: ha prodotto quel che era logico attendersi, un buon prodotto televisivo, e le ampiamente previste reazioni del giorno dopo, tutte nel segno della maglietta di appartenenza.

Mi pare possa tranquillamente dirsi che siamo alle solite, la destra benpensante, quella che vota Berlusconi ma in fondo un po’ se ne vergogna, attribuisce le ragioni del successo berlusconiano alla “cultura” di sinistra, e trova in Fazio e nel fazismo l’archetipico epifenomeno del “culturame” di sinistra

Al di là della mia personale difficoltà a considerare di sinistra Fazio, indipendentemente da quello che voti, e Saviano di destra, a voler fare un discorso un po’ più articolato, sarebbe magari il caso di interrogarsi se oggi, a prescindere da ospiti e ospitate, sia realmente possibile una televisione di sinistra: per quanto mi riguarda, credo,che la risposta non possa finire che con l’essere negativa per la stessa, mi si perdoni il cascame culturale, ontogenesi della televisione italiana.

A fronte di una televisione implicitamente già di destra, la questione pare piuttosto essere allora l’esistenza, in una buona fetta di società italiana, di una sorta di riflesso pavloviano, per cui al primo sentire la parola cultura, si mette automaticamente mano alla fondina.

Ora, nello specifico, mi risulta abbastanza difficile pensare il medium televisivo come fosse l’espositore di un museo (che è poi esattamente la formula del talk-show di ambizioni culturali), ma il problema è che gli unici due tentativi di inventare una cultura televisiva in luogo di una televisione della cultura – e mi riferisco alla Rai Tre di Guglielmi e alla Italia 1 di Freccero – hanno fatto la fine delle streghe nel medioevo, e questo nonostante il grande successo di pubblico; e guarda caso, in genere, la reazione suscitata all’epoca nei benpensanti di ogni età era stata la stessa che oggi suscita il pur antipodico Fazio, di fastidio, quand’anche non di aperta avversione: la qual cosa, mi sembra, dà conto sufficiente della buona fede di certe critiche.

Il problema, quindi, a voler essere proprio schietti, non pare francamente quello della cultura di sinistra (tenuto conto poi che la cultura, almeno in parte, è necessariamente elitaria) quanto piuttosto quello della totale inesistenza almeno in Italia di una cultura di destra (personalmente non so se dipendente dal successo della gramsciana politica della egemonia culturale, o dalla consapevolezza della sostanziale autosufficienza ed autoreferenzialità insita nel pensiero di destra).

Appena si esce fuori dallo stretto recinto della riflessione economica, trovare l’ombra di un cascame culturale conservatore diventa impresa disperata, circostanza forse riportabile alla delega in bianco attribuita, alla bisogna, alla dissertazione catechistica della Chiesa Cattolica – e, da questo punto di vista, estremamente illuminante appare il fenomeno degli atei devoti-. che però contribuisce a fare della destra italiana una delle più antimoderne d’Europa.

In sintesi l’italiano di destra sentendo la parola ‘cultura’ vede rosso come il toro nell’arena, e finisce col chiudersi a riccio, mostrando una reazione tutta, e solo, di pancia, totalmente scevra da un’analisi puntuale del reale valore delle manifestazioni che si trova davanti; così può succedere di dover sentire giudizi francamente risibili di fronte al Benigni da catalogo dapontiano della canzone su Berlusconi: un momento di teatro talmente anarchico e liberatorio da trascendere del tutto il qui ed ora della situazione politica.

Il sospetto, allora, al tirar delle somme è uno, la cultura, quando è realmente tale nella sua analisi dei meccanismi dati è fatalmente ed inevitabilmente, se non di sinistra, certo eversiva e dunque: potrà mai piacere alla destra codina?