Capitano giorni in cui non puoi scrivere quello che vorresti. E non è una questione di censura, il problema è che nessuno ti leggerebbe. Perché quello che avresti voglia, anzi bisogno di raccontare non è una notizia. Non è un avvenimento particolare. È semplicemente la vita.

Ti trovi in Campidoglio per seguire la conferenza stampa del sindaco e improvvisamente dalla finestra l’occhio ti sfugge tra le rovine del Foro Romano. Vedi, come ogni giorno, centinaia di figure minuscole che si muovono tra le rovine e all’improvviso ti viene una voglia matta di scendere laggiù e di guardare. Mi è successo una volta: ho piantato tutto lì, il sindaco, i suoi annunci, e sono scappato giù per le scale del Palazzo, di corsa come se una fretta tremenda mi chiamasse. In un attimo mi sono ritrovato in mezzo alla gente. L’avevo osservata decine, centinaia di volte, ma stavolta, non so perché, invece di vedere la folla vedevo persone. Sentivo il desiderio di intervistarle tutte, di sapere chi erano quei turisti con le loro guide in mano, di chiedere loro chi fossero e da dove venissero.

Sentivo dentro di me una specie di febbre. Sul taccuino cominciavo a prendere appunti senza un senso, annotavo decine di dettagli apparentemente insignificanti: ecco due ragazzi che si abbracciavano in mezzo alle rovine, completamente ignari che lì, proprio lì, era stato ucciso Giulio Cesare. Ma che cosa gliene poteva fregare… quello era il luogo del loro bacio, punto e basta. Succede solo a Roma, dove le rovine si confondono ai condomini, dove i bambini crescono giocando a palla sulle strade dove passavano gli imperatori e ci si buca all’ombra di una villa patrizia.

E io annotavo tutto, sapendo che niente sarebbe mai finito in un articolo. Ma non avrei potuto fare diversamente: gli occhi mi correvano ovunque, il respiro cercava di catturare tutta l’aria che c’era.

Sono stato colto tante volte da questi raptus. Ricordo a Londra, quando il giornale aspettava che scrivessi articoli sugli attentati nella metropolitana e io invece rimasi ore immobile nell’atrio di Victoria Station. Semplicemente a guardare la gente. Mi è capitato ancora di recente alle Cinque Terre, stavo cercando affannosamente i verbali dell’inchiesta che ha portato in prigione il direttore del Parco e improvvisamente mi sono piantato di fronte a un albero appeso su uno strapiombo davanti al mare. Pensavo a voi, che avreste letto il giornale e le mie parole, e invece degli appalti truccati ho immaginato davvero di potervi raccontare di quell’ulivo sghembo, dei gabbiani immobili a mezz’aria. Sì, questo avrei voluto raccontarvi, di come nel mare di ottobre si possano leggere i segni delle stagioni proprio come in un bosco, come nei colori delle foglie.

Sul giornale non è finito niente di questo. Ovviamente. Ma perché mi sono fermato un’ora lì, perché ho preso pagine e pagine di appunti senza senso? In fondo credo di essere stato preso da una crisi di meraviglia, la versione buona del panico. Pensi alla vicenda di cui ti stai occupando, poi, senza rendertene conto, alzi lo sguardo dal foglio, e ti piomba negli occhi il mondo. La conferenza stampa del sindaco, l’inchiesta dei giudici, perfino le bombe di Londra, ti accorgi che sono un frammento. Ti prende una smania incontenibile, vorresti… per un attimo credi che sia possibile… raccontare la vita. Metterla tutta in un articolo.

Allora ci provi. Lo fai perché per un momento ti illudi davvero di poter catturare ogni dettaglio e di riuscire a comporre poi ogni cosa in un’unica immagine. Addirittura pensi di poter dare un senso al tutto.

Mi ricordo una poesia di Mario Luzi. Si intitolava proprio così: “Quanta vita”.

«Quanta vita» si leva una voce alta di bambino
dove uccelli e uccelli strappati al pigolio di ramo in ramo
filavano tra la perdita di foglie del bosco nel freddo controluce
e tracciano una scia di piume e strida, lasciano quelle rotte frasi
d’un discorso arrivato al dunque, festa
e fuga, mentre uomini appostati
ne preparano lo sterminio; «quanta
vita» ripetono quegli ultimi più luminosi sbattimenti d’ali
per tutta la boscaglia tra mare ed acquitrinio.
E qui, in luoghi ben lontani, ma in un tempo
che come quello non perdona, mentre
incrocio per questa via di banche
senza un cenno d’intesa
compagni d’altri tempi
trascinati da un vento oscuro tra le porte vigilate
e li vedo ansiosi, simili ad uccelli ritardatari, vinti
e arsi dentro da un fuoco indefinibile,
consunto, non ancora spento, presunzione
di forza dove non è forza, orgoglio
d’una fede che non è fede, «quanta
vita» ripete quella voce di nove anni
alla coscienza troppo adulta, troppo
chiara, di nuovo «quanta vita»
che non si percepisce mai la vita
così forte come nella sua perdita.

Ecco, di fronte alle parole di Luzi mi rendo conto di quanto sia ridicola e assurda l’illusione del cronista. Il problema è proprio questo: il giornalista vive delle parole, come lo scrittore, ma non può fare letteratura. Quasi sempre non ne ha nemmeno i mezzi e la capacità: se non sei Mario Luzi, il rischio della retorica da quattro soldi è dietro l’angolo.

E però il lavoro di giornalisti, di testimoni, quindi, ci porta ogni giorno a cercare la vita, ci provoca gli stessi attimi di sgomento del poeta quando all’improvviso ce la troviamo davanti.

Allora ci accorgiamo che proprio nei momenti in cui scopriamo qualcosa che veramente merita di essere raccontata, comunicata, non possiamo. Forse nemmeno dobbiamo, non è il nostro compito. Che giornale sarebbe… articoli lunghi centinaia di righe senza una notizia. Immaginatevi poi il titolo: “Le foglie verde e argento dell’ulivo di Riomaggiore”. Oppure: “Campidoglio: il bacio di Matteo e Marina”. Follia.

Ma dentro di noi resta quel peso: il desiderio di mettere insieme tutti i dettagli che da anni stiamo annotando e di cercare un significato. Non solo: c’è il bisogno di non dimenticare, di non perdere per strada le migliaia di frammenti che raccogliamo. Li conservi uno per uno e d’un tratto, una mattina quando meno te lo aspetti, ti accorgi che tutti insieme non ti stanno più dentro.

Sì, il cronista vive del giorno per giorno, però a volte gli capita di alzare lo sguardo e di accorgersi di un tempo più grande. Dal particolare, che è il nostro campo d’azione, d’un tratto siamo proiettati nell’universale (mi fermo prima di sconfinare nella filosofia). E vorremmo raccontare anche quello… crediamo che sia possibile farlo. Per un attimo.

Credo succeda per tutti i lavori: dopo anni e anni la professione condiziona lo sviluppo dei tuoi pensieri. Così, immagino, lo scienziato cerca sempre una formula, anche per decifrare i rapporti umani, si illude di poter giungere a una scoperta che spieghi perfino la vita che vede dalla finestra. E il cronista… il cronista dopo anni stenta a concepire pensieri e immagini che non possano essere contenuti in un articolo.

Raccontare l’intera vita, però, non è per lui: deve limitarsi ai singoli eventi, che sia poi il lettore a sistemarli. Ma qualcuno c’è riuscito. Di tutti i libri che ho letto me ne ricordo uno. Una pagina di “Infanzia” di Tolstoj.

Il raccolto del grano era nel suo pieno. Il campo sterminato, di uno splendido giallo, era limitato solo da una parta da un’alta, azzurreggiante foresta che allora a me sembrava il luogo più lontano e misterioso di là dal quale o finiva il mondo o cominciavano paesi inabitati. Tutto il campo era coperto di covoni e di gente. Nell’alta, folta segale si vedeva qua e là, sul campo mietuto, la schiena curva di una mietitrice, lo sventolio delle spighe, quando ella le prendeva fra le dita; una donna, all’ombra, chinata su una culla, e i covoni sparsi per le stoppie punteggiate di fiordalisi. Dall’altra parte contadini scamiciati, ritti sui carri, affastellavano i covoni e alzavano polvere sull’arido campo infuocato. Lo starosta, in stivali e con il giubbotto sulle spalle, con una pertica in mano, avendo scorto da lontano il babbo, si tolse il berretto di lana d’agnello, si asciugò la testa rossa e la barba con un asciugamano e cominciò a dar voce alle donne. Il cavallo baio che montava il babbo, camminava con un’andatura leggera e scherzosa, a volte abbassava la testa sul petto, tendeva le briglie e scacciava con la folta coda le mosche cavalline e gli altri insetti che avidamente gli si appiccicavano addosso. Due levrieri, inarcando la coda a falcetto, e sollevando alte le zampe, saltellavano per le alte stoppie dietro le gambe del cavallo. Milka correva innanzi, e, curvando la testa, aspettava l’esca. Le voci della gente, lo scalpitio dei cavalli, il rumore dei carri, l’allegro fischiare delle quaglie, il ronzio degli insetti, che in immobili sciami brulicavano nell’aria, l’odore dell’assenzio, della paglia, del sudore dei cavalli, migliaia di tinte e di ombre diverse che il sole ardente riversava sul giallo vivo delle stoppie, le azzurre lontananze del bosco, le nuvole d’un bianco lilla, le tele di ragno che volavano in aria o si adagiavano sulle stoppie: tutto questo io vedevo, udivo, sentivo.

Ecco, questo intendo. Quei momenti che piombano improvvisi nella vita di ognuno di noi, in cui ti sembra che nulla sfugga al tuo sguardo: i colori, i profumi, l’esistenza misteriosa delle piante, quella minima degli insetti e in mezzo a tutto questo anche la nostra. Allora vorresti fissare ogni cosa per un attimo, cercare addirittura un senso. Impossibile.

“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne contenga la tua filosofia”, scriveva Shakespeare. Figurarsi di quanto possa stare in un articolo.

Così alla fine, passato l’attimo, di quel senso di pienezza ti resta un grande peso che somiglia alla solitudine. Forse aveva ragione Tolstoj: non dobbiamo scrivere un articolo, basta guardare, ascoltare, sentire. Insomma, vivere.