La notizia più forte Gianfranco Fini la lascia per ultima. “Se Berlusconi non salirà al Colle per rassegnare le dimissioni, i ministri di Futuro e libertà non rimarranno un minuto in più nel governo”. Arriva dopo quasi novanta minuti di intervento la dichiarazione che forse tutti i 6000 partecipanti della convention di Fli stavano aspettando. E cioè la rottura, le mani libere. Il presidente della Camera, come a Mirabello agli inizi di settembre, rimette il famoso “cerino” nelle mani del premier. “Deve essere lui a staccare la spina, se no la staccheranno gli italiani”. Cita anche Andreotti: Berlusconi “vuole tirare a campare per non tirare le cuoia”. Frasi attese tanto dalla platea quanto dallo stato maggiore dei finiani. Subito prima del suo intervento era stato il viceministro allo Sviluppo economico Adolfo Urso a consegnare la prosecuzione del suo mandato e quello dei suoi colleghi di partito all’interno del governo, nelle mani del leader.

La porta non è completamente chiusa, a patto che il presidente del Consiglio cambi radicalmente strategia. Fini chiede un’azione politica che vada ben oltre i cinque punti con cui B. aveva cercato di ricucire con i dissidenti: “Cinque punticini ratificati dai parlamentari come fossero scolaretti”. Al patto di legislatura di Berlusconi, il cofondatore risponde con le priorità individuate dagli Stati generali del lavoro e dell’economia, un tavolo dove si sono seduti sia la Confindustria, sia la Cgil. “Mentre mancava il ministro dello Sviluppo e qualcuno pensava che non fosse necessario, tanto pensa a tutto lui, il tavolo delle parti sociali ha partorito cinque punti d’intesa”. Dall’utilizzo oculato dei fondi europei da utilizzare “su poche opere infrastrutturali”, a nuove regole sugli appalti “dove l’unica regola è quella dell’intermediazione politica che genera il malaffare”. E poi la ricerca: “In Germania hanno fatto una manovra più dura di quella di Tremonti. Ma alla voce ricerca non c’era il segno meno, cera il segno più”. Provvedimenti che raccolgono il pieno consenso di Fini. Secondo lui sono queste le priorità per fare ripartire il Paese e rilanciare l’azione di governo. E soprattutto per aiutare la destra italiana a colmare il divario con quella europea. “Dobbiamo dare vita a quella grande rivoluzione liberale che non si è realizzata, se non in minima parte. Dobbiamo incarnare il moderatismo italiano con grande spirito riformatore. Cambiare il volto della società e ammodernare le istituzioni”.

Per il leader di Fli, il Paese reale è lontano anni luce da come lo dipinge B. (“Questo non è il paese dei balocchi”) e deve dare delle risposte alle molte questioni aperte nel Paese: dalla legalità ai diritti civili, dalla famiglia alla condizione dei giovani precari. Fino alla legge elettorale che va rifatta. “Ci vuole una legge che consenta agli elettori di scegliere i propri candidati da portare in Parlamento. Quella attuale è una vergogna”. E saltando da un tema all’altro il leader non  risparmia le stoccate a Berlusconi e alla Lega. “La legalità non è solo il pacchetto sicurezza. E’ un abito mentale”, dice Fini che sottolinea come la legalità sia la precondizione necessaria perché ci sia la libertà. “Vuole dire rispetto delle istituzioni, rispetto dello Stato. Senza la quotidiana prova che la legge è uguale per tutti, la legalità diventa solo quella del più forte”. Un riferimento alla concezione di giustizia del capo del governo? Pare di sì ascoltando l’ovazione che si scatena in sala dopo queste parole.
E poi i diritti civili. Dai migranti ai cittadini italiani di seconda generazione, “quelli che considerano l’Italia la loro patria anche se non è la terra dei loro padri”. E questo il punto su cui Fini attacca più duramente il tandem Pdl-Lega Nord. “Non c’è in nessuna parte d’Europa un movimento politico così arretrato culturalmente come questo Pdl che va dietro al leghismo”. Altra ovazione dalla platea. Anche quanto successo nei giorni scorsi davanti alla discarica Terzigno, dove i manifestanti hanno bruciato il tricolore, è da attribuire ai modelli culturali negativi della Lega. Quei fatti, secondo Fini, sono frutto “dell’egoismo strisciante che in termini territoriali è il motore della Lega Nord”.

Il presidente della Camera fa un passaggio anche sulle politiche della famiglia aprendo alle unioni civili e auspicando che, anche su questo punto, il centrodestra italiano si adegui agli standard europei. Poi il welfare, con un’attenzione particolare ai giovani che per Fini sono il nuovo soggetto debole al fianco di anziani e portatori di handicap. “C’è un conflitto generazionale. Oggi i giovani sanno perfettamente che se hanno un tenore di vita accettabile lo devono ai sacrifici della famiglia. Più che un governo del fare, questo sembra un governo del fare finta”.

Ed ecco il capitolo sui comportamenti di Berlusconi, di nuovo al centro delle cronache di queste ultime settimane. La prende da lontano e parla di moralismo e “sepolcri imbiancati”. Ma alla fine arriva al punto: “Ho rimpianto del rigore, dello stile e del comportamento di personaggi come Moro, Berlinguer, Almirante e La Malfa. Persone che non si sarebbero mai permesse di trovare ridicole giustificazioni a ciò che non può essere giustificato”.  Berlusconi, “che gli piaccia o no, è chiamato ad essere d’esempio per il ruolo che ricopre”. A tale riguardo Fini lancia un parallelismo fra il caso Ruby e il crollo della domus dei gladiatori di Pompei. Due storie che rovinano l’immagine del Paese. “L’Italia non merita questa immagine”.

Come dopo Mirabello, la palla ora passa a Berlusconi. Ma se ancora una volta il premier deciderà di non decidere, questa volta i finiani non staranno a guardare. L’annuncio dell’uscita dal governo degli esponenti dei futuristi inaugura infatti l’epoca delle mani libere. E dà un’altra spallata, forse decisiva, al berlusconismo.