Durante una recente telecronaca NBA il mio stimabile (e stimato) coequipier Federico Buffa, spinto dalla relativa intensità della partita, ha paragonato quel che stavamo raccontando ai telespettatori al cinema “di genere”. Gli ingredienti di una gara di regular season, ogni squadra ne gioca 82 a stagione, sono spesso (non sempre) standardizzati come quelli di un panino del fast food: squadre che cercano di gestire la fatica, soluzioni tattiche piuttosto prevedibili ed ultimi 5 minuti in cui finalmente ci si concede un po’ alle voglie di chi guarda, giocando con maggiore ardore agonistico. Non si tratta (solo) di cattiva volontà, è proprio che per giocarne 82 e sopravvivere bisogna fare così. Non parliamone poi se dopo quelle 82 comincia la stagione vera e propria perché ti sei qualificato per i playoff. Il che non significa, naturalmente, che ogni singola gara NBA sia poco intensa o men che mai che lo sia ogni singolo suo momento. E poi anche nelle pellicole manieriste i veri esperti trovano sempre uno stimolo, basta saperlo cercare. Insomma, non solo per lavoro, io il basket di regular season lo guardo, e molto volentieri. Senza che questo però mi neghi la possibilità di criticarne i contenuti.

Arrivati alla quindicesima riga, se siete ancora qui, vi sarete già chiesti più volte perché vi racconti queste cose di cui probabilmente vi importa il giusto. Lo sto facendo inseguendo un altro stimolo, che viene da Aldo Grasso. Il critico televisivo del Corriere, che non credo sia un grosso fruitore di NBA, ha paragonato involontariamente in settimana i talk show politici all’immagine che Buffa ha dato della regular season cestistica. Dice Grasso, se capisco bene ed in estrema sintesi, che ormai queste trasmissioni sono fatte con lo stampino, con personaggi che recitano una parte e rischiano di essere l’imitazione di sé stessi. Posto che ogni definizione sintetica di una partita o di un talk show è fatalmente limitata, credo si possa essere d’accordo con Grasso. Con l’aggravante però, che mentre è chiaro il motivo per cui durante una regular season NBA ti devi gestire, è molto meno chiaro cosa costringa tutti a servire in tavola, o TV che sia, lo stesso piatto, che perde di sapore e credibilità di giorno in giorno.

All’interno di questo contesto, trovo sempre più sconfortante e ormai francamente insopportabile l’uso di artifici retorici di retroguardia. Come l’ argomentum ad hominem, consistente nello smontare il parere dell’avversario non nel merito ma facendo riferimento a suoi passati errori ed omissioni. Ormai ci sono degli specialisti di questa giocata che dall’altra parte dell’Oceano verrebbero immediatamente selezionati per l’All Star Game. Gente capace di distogliere l’attenzione dal fatto in oggetto con un continuo rimando ad altre (asserite) analoghe situazioni del passato. Il dossieraggio da talk show funziona più o meno così:

INVITATO 1: certo che è uno scandalo che il signor Tal dei Tali abbia commesso ripetutamente atti di … (inserite il vostro reato preferito)

INVITATO 2: ah beh, se adesso dovessimo parlare di tutti i … per cui dovrebbe essere indagato Tal dei tali e/o i suoi parenti, amici, collaterali, colleghi e datori di lavoro, non la finiremmo più

INVITATO 1: taci, stolto!|

INVITATO 2: vergognati, fariseo!

(segue sovrapposizione di voci tra cui quella del conduttore che prega di non sovrapporre le voci)

Ora, io che molto oltre le partite NBA non riesco ad andare, fatico un po’ a capire perché l’eventuale errore di un altro giustifichi il mio. “Mal comune mezzo gaudio” per quel che ne so era un proverbio (e neppure dei più intelligenti), non certo un principio politico-giudiziario. Se io tengo una condotta reprensibile, il fatto che lo faccia anche chi mi denuncia o il mio avversario non rappresenta esimente o attenuante, anche (soprattutto!) fuori dai tribunali. E mi duole particolarmente vedere che in questo discutibilissimo sport si applicano con lena, oltre ai politici, anche parecchi giornalisti, che dovrebbero obbedire a ben diversi princìpi.

Insomma, tornando a bomba e chiudendo, prima della discussione sui (rispettabilissimi) contenuti e posizioni, prima dell’analisi dei format e del valore di conduttori e politici, è il senso di inscatolato che stona in questi talk-show. Altro che approfondimento, quello che percepisco è un continuo tentativo di vincere il piccolo duello personale, la mini-baruffa del momento, con argomenti spessissimo strumentali e portati da casa in un Bignamino (se non Bagaglino) da rissa verbale che non fa necessariamente onore a chi lo recita. Portando ancora avanti il parallelo col basket, il vero DNA di una squadra non lo vedi da una o cinque partite di regular season ma solo e solamente quando arrivano i playoff ed i duri cominciano a giocare. Peccato che nella stagione politico-televisiva la post season non arrivi mai…