Domani Gianfranco Fini a Perugia dovrebbe comunicare al paese cosa pensa di fare da grande. Tutti attendono parole chiare sul destino del Governo Berlusconi e sulla missione del suo movimento.

Dopo il discorso di Mirabello e dopo il telemessaggio a reti unificate, entrambi segnati dall’imbarazzo per la campagna sulla casa di Montecarlo, il presidente della Camera finalmente può uscire dall’angolo della cucina monegasca nel quale i media berlusconiani lo avevano cacciato. In suo favore giocano due novità: la prima di carattere giudiziario, la richiesta di archiviazione della Procura di Roma, e la seconda di carattere mediatico: lo tsunami di Ruby e Nadia che ha travolto quel che resta dell’immagine del suo antagonista Silvio Berlusconi. Se oggi Fini può salire sul palco più rilassato è grazie alla Procura di Roma, secondo la quale il presidente della Camera non ha commesso alcun reato svendendo la casa di Montecarlo a una società off shore che poi l’ha affittata al cognato Giancarlo Tulliani. Sbaglierebbe però se confondesse la richiesta di chiusura delle indagini (non ancora accolta dal Gip) con la chiusura del caso. La morale pubblica non coincide con il codice penale e il presidente della Camera, pur avendo accettato lo scrutinio della magistratura con grande compostezza, non ha ancora assolto del tutto ai suoi doveri nei confronti della pubblica opinione e dei suoi militanti.

Tante volte pm e giudici hanno archiviato o assolto Silvio Berlusconi per i suoi comportamenti censurabili. E non per questo abbiamo smesso di chiedere conto delle telefonate con Agostino Saccà, delle mazzette Fininvest alla Guardia di Finanza, dei rapporti con Vittorio Mangano e di quelli con Bettino Craxi. Così anche nell’ultima vicenda di Ruby, non bisogna aspettare il comunicato ambiguo del Procuratore Edmondo Bruti Liberati o le scelte del procuratore aggiunto Ilda Boccassini per giudicare lo sconcio della telefonata in favore della ‘nipote di Mubarak’.

Certo, non si possono equiparare situazioni diverse. Certo, il dolo e l’abuso pubblico di Berlusconi sono più gravi delle colpe di Fini nell’uso di un patrimonio privato, come era quello di An. La telefonata di Berlusconi alla Questura, anche se non avesse risvolti penali, resta più grave dell’omesso controllo di Fini sulla casa di Montecarlo. Berlusconi ha mentito e poi ha spedito un consigliere regionale a mimare un affidamento conclusosi poi con l’abbandono della ragazza a un’accompagnatrice brasiliana. Ciononostante il giochino della trave e della pagliuzza non salva Fini. I comportamenti indegni del premier non possono cancellare le colpe del presidente della Camera.

Fini da luglio a oggi è stato prima omertoso poi tardivo e opaco. Se vuole restare credibile, se vuole dimostrare di essere profondamente diverso da Berlusconi, deve recuperare con uno scatto di reni gli errori iniziali. Dopo la pubblicazione della notizia su Il Giornale, Fini aveva adottato la strategia del silenzio. Di fronte a questo atteggiamento, pochi giorni dopo l’avvio del tormentone estivo, avevamo scritto: “Se fossimo in Gran Bretagna, Fini dovrebbe dimettersi da presidente della Camera per la scarsa trasparenza sull’affaire monegasco a cavallo tra partito e famiglia. In mancanza di risposte convincenti sulla traiettoria che ha portato il lascito della contessa dalla ‘giusta battaglia’ all’uso personale del fratello della sua compagna, Fini sarebbe un politico finito. Il suo ruolo impone al presidente della Camera di chiarire tutto e subito”. Invito accolto solo dopo due mesi e solo dopo la pubblicazione di numerosi documenti, foto e interviste imbarazzanti su Il Giornale ma anche sul Fatto Quotidiano. Comunque, pur se con colpevole ritardo, Fini a settembre ha chiarito la sua posizione con un videomessaggio nel quale diceva molte cose impegnative e non scontate, anche se accompagnate da troppi forse:

1) Forse era possibile spuntare un prezzo più alto per quella casa; 2) forse è stata una leggerezza vendere in quel modo la casa di An; 3) solo dopo la vendita alla società Printemps Ltd di Saint Lucia ho saputo che in quella casa viveva mio cognato Giancarlo Tulliani, mi sono arrabbiato molto e gli ho chiesto di lasciare la casa; 4) forse sono stato ingenuo; 5) non c’è stato reato. 6) ho chiesto a Tulliani se lui sia il vero proprietario ma mi ha detto di no; 7) non so se credergli; 8) se Tulliani fosse il proprietario non esiterei a lasciare la presidenza della Camera perché la mia etica pubblica me lo imporrebbe.

La spada di Damocle posta da Fini con quest’ultima impegnativa dichiarazione resta sospesa sulla sua testa. Al termine dell’indagine della Procura e dopo le inchieste giornalistiche, il dubbio sul proprietario attuale dell’appartamento monegasco non è dissolto. Anzi. Ci sono numerosi indizi per ritenere che il beneficiario effettivo sia Giancarlo Tulliani: la lettera del ministro di Saint Lucia; le fatture per i lavori di ristrutturazione; l’incontro con l’ambasciatore; le firme uguali sul contratto per il locatore e il conduttore. Certo, manca la cosiddetta pistola fumante ma sul campo restano due certezze e due dubbi inquietanti: è certo che il prezzo della vendita da An alla Printemps Ltd nel 2008 (fissato o almeno accettato da Fini) sia inferiore di alcune centinaia di migliaia di euro a quello di mercato; è certo che Giancarlo Tulliani abita in quella casa e l’ha ristrutturata a suo piacimento. E’ invece dubbio se Tulliani sia il reale proprietario. Ma è dubbio anche che Elisabetta Tulliani (che avrebbe scelto la cucina dell’appartamento secondo testimonianze e foto non smentite da Fini) sia stata consapevole complice di un possibile raggiro del compagno da parte del fratello. A questo punto cosa dovrebbe fare un leader di partito che ha certamente svenduto una casa dei suoi militanti a una società anonima? Cosa deve fare un leader che non riesce a imporre a suo cognato di abbandonare quell’appartamento?

Se vuole davvero segnare una differenza con Silvio Berlusconi, se vuole essere coerente fino in fondo con i principi etici enunciati, Gianfranco Fini nel suo discorso di Perugia ha una sola via d’uscita: mettere mano al portafoglio. Immaginate la scena: Fini, dopo avere ammesso gli errori compiuti, annuncia di avere conferito un incarico a una società terza per stimare il valore della casa  di Montecarlo nel 2008, all’epoca della vendita. Una volta determinato il valore, il presidente della Camera si impegnerebbe a rimborsare la differenza di tasca sua al proprio partito o alla sua fondazione. Se la stima dell’appartamento, come sembra probabile, si aggirasse intorno agli 800 mila euro, Fini dovrebbe rimborsare alla ex Fondazione di An, danneggiata da quella vendita, la cifra mancante di 500 mila euro. Una sanzione apparentemente sproporzionata rispetto alla leggerezza commessa ma che diventa equa se si considera il sospetto sul beneficiario finale. Fin quando il dubbio sul proprietario della società Timara Ltd non sarà dissolto (e lo stesso Fini in fondo in fondo sembra sospettare di Giancarlo Tulliani) il presidente della Camera resterà responsabile politicamente del possibile arricchimento familiare provocato da quella leggerezza.

L’amore per la compagna è un sentimento nobile che può accecare anche il politico più avveduto. Ma un vero leader deve assumersi la responsabilità delle ‘conseguenze dell’amore’. Il presidente della Camera, quando ha scelto di aderire ai suggerimenti immobiliari del cognato, si è fidato di lui. Tuttora Fini abita nel condominio dei Tulliani e ha voluto la compagna Elisabetta in prima fila al discorso di Mirabello per dimostrare che il caso monegasco non aveva cambiato nulla tra loro. Così facendo ha preso sulle sue spalle il peso degli errori e dei danni prodotti dalle scelte scellerate del cognato. Solo se avrà il coraggio di affrontare le conseguenze di questa scelta, Fini potrà presentarsi con le carte in regola davanti all’opinione pubblica e ai suoi militanti a Perugia. Domani Fini ha una grande occasione: offrire un bel gesto, ora che non è più incalzato su questa materia dai giornali berlusconiani. Il Cavaliere, fiaccato nei sondaggi dal caso escort, come un pugile suonato cerca di abbracciare il suo rivale per poi assestargli il colpo in un secondo momento, quando si sarà ripreso. Se Fini liberamente scegliesse di pagare in prima persona per gli errori dei suoi familiari dimostrerebbe di essere davvero un politico diverso che applica i principi morali enunciati in pubblico prima di tutto a sé stesso in privato. E’ una scelta costosa, in tutti i sensi. Ma solo così Fini potrà fondare una nuova destra legalitaria basata sul principio di responsabilità e non su quello di furbizia.