Tutto è relativo, d’accordo. Però leggere sul Financial Times di venerdì 29 ottobre che un “chief executive” medio di una compagnia FTSE 100 porta a casa 7,8 milioni di dollari all’anno mi ha colpito. Anche perché FT, subito dopo, relativizza il dato. Il gran capo (in media) incassa ottantotto volte tanto il suo impiegato medio. Ottantotto volte.

Ora, lungi da me suggerire soluzioni di stampo ‘comunista’ ed appiattire oltremodo la piramide dei salari. Tra l’altro, non invidio neanche minimamente la vitaccia lavorativa di questi grandi capi che non hanno tempo di godersi il loro enorme capitale, e non vorrei essere al loro posto, sinceramente. Però pensare che uno di loro – e nemmeno il più fortunato, nemmeno il migliore – guadagna in un anno quello che gli impiegati sotto di lui non guadagneranno in tutta la vita, un po’ di effetto lo dovrebbe fare.

Anche perché 10 anni fa, sempre secondo FT, il divario era di “sole” 47 volte. Cioè è quasi raddoppiato proprio durante e dopo la crisi economica. Il che mi pare un indicatore abbastanza forte di come e dove vengono scaricate le conseguenze della crisi stessa.

Dati come questi fanno parte delle cose del mondo che non mi sembra di poter capire.

Forse perché cifre così, in milioni di dollari, sono un po’ come gli anni luce che ci separano da altre galassie o i miliardi di anni dal big bang; non rimangono impresse perché non riusciamo a misurarne veramente l’entità. Ricordo per esempio che alla fine del film ‘Gomorra‘, prima dei titoli di coda, c’è un dato da pugno nello stomaco: il ricavato del mercato della droga a Napoli per clan al giorno. Ebbene, non so più quanti soldi siano. Troppo abnorme per la mia memoria.

Qui permettetemi di divagare, perché c’è un punto che mi sembra importante. Enormi flussi di capitale, leciti e illeciti, transitano nel mondo e pare che spesso si fermino là dove i soldi si trovano meglio, che ne so, un paradiso fiscale esotico o più banalmente la Svizzera. Ora, con la crisi, gli Stati cercano di riportarne a casa il più possibile per aumentare le entrate fiscali. Logico. Però come distinguere tra lecito e illecito? Nel tam-tam ufficioso che si instaura tra noi italiani all’estero, quando disperatamente cerchiamo di capirci qualcosa nel labirinto giuridico delle circolari dell’Agenzia delle entrate, mi hanno descritto il presunto meccanismo per riportare capitali in Italia. Se ho capito bene quello che mi hanno spiegato, e se le mie fonti sono attendibili, funzionerebbe così: si va in una banca sul suolo italico e si dichiara di voler ‘scudare’ il capitale. Dal momento che pecunia non olet, è improbabile che il funzionario di banca si ponga problemi etici… E con un modico contributo allo Stato-provvidenza il problema è risolto, i soldi sono puliti e nessuno, nemmeno un giudice, potrà costringere la banca a dichiarare da dove sono piovuti.

Purtroppo per me, io non ho niente da ‘scudare’. Ma poi, non può mica essere vero. Se lo fosse, sarebbe la manna per tutte le attività illecite del globo, a partire da quelle che da noi hanno la sede sociale storica. Allora, per favore, qualcuno mi spiega dove il racconto che mi hanno fatto è sbagliato?

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