Andrew Cuomo ha festeggiato la vittoria elettorale al fianco di suo padre Mario, governatore dello Stato di New York dal 1983 al 1994, anno in cui un altro uragano elettorale si abbattè sui democratici nelle elezioni di mediotermine, durante la presidenza di Bill Clinton. Andrew Cuomo è il nuovo governatore dello Stato di New York e colui che molti, già oggi, vorrebbero vedere futuro presidente. Il risveglio dopo una sbornia elettorale, soprattutto se poco allegra (per i democratici) come quella di ieri notte, può produrre strani effetti. Cuomo, tuttavia, ha vinto doppiando il suo oppositore Carl Paladino, altro italo americano, che si è distinto, in campagna elettorale soprattutto per email, in stile berlusconiano, piene di “battute” volgari e doppi sensi a sfondo razzista.

Non sarà semplice il ruolo del nuovo governatore che, comunque, riporta nello Stato il nome di un italiano che è stato molto amato, tanto da essere rieletto per tre volte fino alla debacle del 1994, contro il repubblicano Pataki. Mario Cuomo fu sconfitto, fra l’altro, per la sua forte e ferma opposizione alla pena di morte. Andrew è stato eletto, nonostante le fibrillazioni interne dovute allo scandalo che travolse Eliot Spitzer e gli ultimi mesi decisamente poco brillanti del governatore uscente Paterson. “La vittoria è stata la parte più semplice per Cuomo”, titolano alcuni giornali cittadini. Quella difficile sarà il governo di uno stato che, senza seguire l’onda della tormenta, ha scelto di credere ancora nel partito democratico.

Testardaggine premiata, grazie ad un momento super favorevole per i repubblicani, quella di Lou Barletta, sindaco uscente di Hazleton in Pennsylvania, figlio di immigrati italiani e noto soprattutto (anzi, quasi esclusivamente) per la sua fiera battaglia contro l’immigrazione. Pur lasciando una città con il più alto tasso di disoccupazione e con una legge che vieta di fittare case o dare lavoro a immigrati clandestini, Barletta è riuscito a sconfiggere l’uscente Paul E. Kanjorski che lo aveva lasciato ai nastri di partenza nel 2002 e nel 2008. Pur avendo scelto di parlare poco di immigrazione durante la sua campagna elettorale, cercando di non alienarsi il consenso degli ispanici, Barletta arriverà a Washington con la determinazione, fra le altre, di mettere fine alla legge che assicura lo stato di cittadinanza a tutti i bambini nati in territorio americano.

Tom Perriello ha combattuto fieramente fino alla fine contro Robert Hurt, in un distretto fortemente repubblicano della Virginia. Combattuto e perso. Come molti democratici che hanno sostenuto il presidente Obama, la sua riforma sanitaria e la sua riforma di Wall Street. Perriello, stimato e apprezzato da molti non è riuscito a far giungere il suo messaggio di “pazienza”. “La fretta è ciò che ha scaraventato il paese in questo disastro”. La fretta e la voglia di guadagno facile, guerre facili, mutui facili, denaro che gira facile. Non Barack Obama. Ma gli elettori non hanno avuto pazienza. Festeggiano i fratelli Koch, delle omonime industrie, miliardari che hanno ingaggiato una guerra personale e senza prigionieri contro il presidente, attraverso fiumi di dollari e materiale pubblicitario su “come votare” fatto girare all’interno dei propri stabilimenti.

Ci sono italiani d’America i cui nomi oggi sono tra i vincitori o fra i vinti. Segno della grandezza di un paese che ha saputo tenere le sue porte sempre aperte e guardare “all’altro” non come ad un nemico, un estraneo da tenere a distanza.

Sarebbe opportuno, che proprio nel giorno della vittoria, almeno questa lezione fosse ben impressa nella mente del neo eletto Barletta.