Da anni intellettuali più o meno battaglieri sostengono con sdegno (condivisibile) che in questo Paese l’etica pubblica è ridotta al codice penale. Non era immaginabile che l’aggettivo – penale – avrebbe smesso di riferirsi alla commissione di reati bensì all’utilizzo privato di attributi virili pubblici. I politici son diventati tutti “garantisti” – si fa per dire – e grandi esperti dei tre gradi di giudizio: poltrone e Cassazione.

Però basta: basta fare del relativismo, basta minimizzare, basta dire “così fan tutti”. Ci siamo completamente anestetizzati: e chi ci guarda da fuori – gli osservatori internazionali – non sa se ridere o piangere di noi. Sicuro un po’ di pena facciamo.

Mi costituisco subito: sto facendo del moralismo, pronta a ricevere l’irrisione di illuminati nichilisti post-moderni. Però siccome posso dirlo in questo spazio, lo faccio: questo spettacolo mi fa schifo.

Il tabù non è il sesso, non è con quante o come: è che questo paese non ha fatto nulla per subire tutto questo. Barzellette, palpeggiamenti, battute (anche offensive), volgarità, puttane (anche minorenni), festini, bugie ai funzionari pubblici. Senza contare che quando non si parla di culi, ci si occupa di temi inesistenti – il lodo costituzionale, il processo breve. Il paese è paralizzato ed è invece un momento difficile per le vite di molte persone che sono abbandonate: alla povertà, all’incertezza del futuro, alle città che non vengono ricostruite dopo un terremoto, all’invasione dei rifiuti. È un elenco parziale, ma nell’emergenza collettiva è difficile raccontare ogni disagio individuale.

Penso che noi, noi italiani come comunità, siamo molto più importanti di Silvio Berlusconi. Fosse solo per una questione numerica: dove per numeri intendo persone e non euro sul conto corrente. Eppure gli permettiamo di pensare che è il contrario. Che comunque può tutto sempre, che gli si deve perdonare qualunque cosa. Non so perché questo signore non senta la responsabilità delle persone che rappresenta, nonostante il voto popolare venga in continuazione ricordato come fosse un’investitura divina ed eterna. Non so se molte persone, come me, sentono per tutto questo un senso di rifiuto. Però c’è una differenza tra la ribellione e il rifiuto. “Ribellarsi vuol dire contrapporsi con dignità e identità verso ciò a cui ci si ribella; il rifiuto è solo una fuga senza responsabilità” (Bruno M, più noto come C.W. Brown). Contrapporsi con dignità: mi piacerebbe che per una volta, chi si sente ancora cittadino, trovasse lo spazio per esercitarla la dignità. E’ una questione che riguarda la tanto sventolata libertà: qualcuno diceva che libertà è sinonimo di responsabilità, per questo in molti la temono. Ma c’è qualcosa che possiamo temere più di quello che sta accadendo ora?